Latina? Me ne frego!

By Redazione

maggio 18, 2011 politica

Se avesse venduto cinquecento copie, il suo editore (che tra l’altro è Berlusconi) lo avrebbe preso a bastonate in testa. Ha preso invece cinquecento voti, e i suoi capi lo hanno incoraggiato ad andare avanti, “importante punto di partenza per raggiungere quell’organizzazione e quel radicamento necessari alla crescita di Futuro e Libertà”.

Pennacchi probabilmente credeva di essere in competizione per una roba tipo lo Strega o il Campiello. Se prendi cinquecento voti sulle terrazze di prima estate, tra tartine al salmone, martini alle olive e un commento sull’ulivo bonsai nell’angolo che “giusto l’anno scorso non c’era”, vuol dire che sei un semidio del circolino italiano delle penne che contano. Se li prendi in una placida cittadina adagiata nell’agro pontino, vuol dire che il semidio della politica ti ha stampato in faccia a suon di schiaffoni lo zerovirgolasessantanove che campeggia beffardo e sornione sul sito web del ministero.

E dire che, quando nacque, la lista di Pennacchi destò un certo scalpore. Doveva allearsi con la sinistra, doveva trascinare in un vortice di esaltazione la prima “Santa Alleanza” costruita in un capoluogo di provincia a scardinare la protervia radicata di un centrodestra incardinato nelle dense e rarefatte strade del basso laziale da lustri. Era tutto un romanzo, una bella favola. Un’allegra combriccola quella di Pennacchi – che poi non era altro che la verdeazzurra sfera futurista con il suo nome in esergo, al posto di quello di Fini – che oltre ad una serie di compagni di studi (come il candidato sindaco Cosignani) e ad un’altra serie di compagni di fabbrica (l’intellettuale operaio, ricordate?), aveva in lista gente come Fabio Granata, volto celebre del finismo tendenza Bocchino, o Filippo Rossi, vivida fonte ideal-ideologica di una destra che si porta bene definire moderna, Luciano Lanna, vicedirettore del Secolo d’Italia.

Tutta gente seria, con la faccia impostata, che non si è assunta l’onere della leadership di una coalizione contro il babau Di Giorgi solo per, carità loro, non spaccare il partito a livello nazionale. Urso aveva sfoderato il sorrisetto più sardonico del suo campionario per tacitare la trivialità più greve del suo vocabolario quando gli dissero che quel bizzarro romanziere, coppola e tweed inforcati anche quando la gente inizia ad andare al mare, voleva fare la bella politica, spostandogli il partito ancora un  po’ più in là della barricata. Lo etichettò come un “esperimento letterario“. Non c’è problema, pensò Pennacchi, noi vinceremo perché siamo un po’ puri, un po’ gagliardi e, in fondo in fondo, ce ne freghiamo.

Se ne sono fregati pure gli elettori, costringendo il fondatore a dichiarazioni post-voto che, se si isolassero le singole preposizioni, andrebbe a comporre un serratissimo contraddittorio da far impallidire il McCarthy di Sunset Limited. Tutto per non dire quel che aveva così sapientemente spiegato al lettore della domenica, fornendogli un erudito argomento di conversazione, con il bel Canale Mussolini. Romanzo che, a differenza della lista, è superfluo solo a tratti. E che spiega di come il Duce trapiantò due generazioni di veneti e romagnoli da queste parti, restituendogli un pezzo di terra e un angolo di sorriso dopo la spericolata e rovinosa avventura della svalutazione della lira.

Gente che ha fondato nelle prime propaggini delle terre di broccoletti e mozzarelle di bufala posti che inalberano gli inequivocabili nomi di “borgo Piave”, “borgo Pogdora” e via discorrendo. E che, per sorniona inerzia, vota da sessant’anni in un certo incrollabile modo. Un modo che si colora più di aspetti culturali, di costume, etnologici, che non politici. Colore che, ormai da vent’anni, coincide con il rassicurante azzurro berlusconiano, che aiuta ad orientarsi, a dividere il campo fra buoni e cattivi, a fare una scelta priva di recriminazioni e rimorsi.

Cambiamo!, ha detto Pennacchi. Ma forse per avere qualche chances si doveva rivolgere a chi, dalle sue parti, vuole costruire una destra che sia alternativa ma tangente a quella del Cav. Non a coloro che vogliono scolorire quell’azzurro che tanto ha semplificato i problemi di una città che a votare democristiano si turava il naso. Risultato? Granata cinquanta preferenze, Rossi sei, Lanna quattro. Nemmeno un premio Strega.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *