Vero, verissimo, quasi inventato

By Redazione

maggio 17, 2011 politica

A mente fredda, dopo il voto, oggi c’è chi giustamente festeggia e chi, al contrario, si lecca le ferite. Tutto come sempre, tutto nella norma dopo una tornata intermedia di voto, che ha coinvolto circa un quinto dell’elettorato, ma che chiamava alle urne alcune delle principali metropoli del Paese, imprimendo alla consultazione una valenza politica.

Così come tutto liscio è andato nel giorno dello scrutinio. O almeno apparentemente. Sì perché mentre per le prime due ore sono circolati senza soluzione di continuità dati raccolti la domenica telefonicamente (istant poll), o tra domenica e lunedì fuori dai seggi  (exit poll), intorno alle cinque sono iniziate a girare le prime proiezioni.

Digis per Sky, Ipr per la Rai, Emg per La7 e l’eccentrico Piepoli per Telenorba hanno iniziato a far circolare numeri che i serafici conduttori hanno fatto passare per “proiezioni”. Vale a dire per dati reali, raccolti in un numero tot di seggi e proiettati sul totale dei votanti. Ma quando abbiamo letto di campioni che si aggiravano intorno al 20%, a fronte dei dati del ministero e dei vari Comuni che rimanevano inesorabilmente inchiodati a quota 0 sezioni scrutinate, ci siamo insospettiti.

Tra i pochissimi (forse gli unici) in giro per la rete – per non parlare delle trasmissioni televisive – ci siamo chiesti come mai le venissero proposti come reali dati che non trovavano riscontro alcuno da parte delle istituzioni, la cui prassi consolidata è quella di, man mano che procede la raccolta dei risultati dalle sezioni, di renderli pubblici tramite il web.

Durante il corso della nostra lunga diretta abbiamo motivato come segue le nostre perplessità:

“Spieghiamo perché ci sembra grave che gli istituti di sondaggi comunichino dati su proiezioni a due cifre mentre i siti del ministero dell’Interno e dei Comuni non forniscano praticamente numeri. Fatta eccezione per Torino, unica città in cui il ballottaggio sembra scongiurato. Funziona così: i presidenti di sezione, una volta chiuso il verbale, comunicano al responsabile di plesso il termine dello spoglio. Il presidente si mette dunque in contatto con il ministero, al quale comunica i dati.

Il ministero li inserisce nel proprio database e li rende pubblici. Man mano che arrivano i risultati delle sezioni, si costruiscono le proiezioni sul totale. Sono i dati ufficiosi del ministero quelli che incoronano di volta in volta i vincitori, al netto delle schede contestate laddove i margini sono esilissimi. I risultati ufficiali sono diramati dalla Corte di Cassazione dopo che le varie Corti d’Appello hanno verificato la corrispondenza tra i dati comunicati telefonicamente e quelli verbalizzati, e dopo aver attribuito o annullato le schede contestate. È per questo che la mancanza di una comunicazione tempestiva e pubblica dei dati ufficiosi da parte del ministero costituirebbe un elemento particolarmente grave nello svolgersi della procedura elettorale.

La domanda è: i dati sono forniti solo ai sondaggisti, o le televisioni fanno passare per ufficiali dati frutto di rilevazioni private?”

Dopo aver pensato male per qualche minuto (il ministero sta diffondendo i dati ad uso e consumo degli istituti di ricerca?), abbiamo raccolto da diverse fonti conferme che convergevano tutte verso la seconda spiegazione: i grandi canali nazionali stavano diffondendo come “ufficiali” dati che stavano arrivando dai rilevatori privati dislocati nei seggi. Il cui margine di fallibilità è stato più volte dimostrato, sovente in modo clamoroso.

Le non clamorose discrepanze tra le prime proiezioni e i dati definitivi (testa a testa fra Moratti e Pisapia, alla fine divisi da ben otto punti percentuali, un De Magistris accreditato di percentuali che oscillavano tra il 15 e il 35 per cento) e l’effetto sorpresa di Milano, hanno disinnescato una questione potenzialmente esplosiva, già emersa in passato in alcune occasioni elettorali.

Rimane il fatto che non solo il Paese ha discusso, più o meno fino alle otto della sera, su numeri “finti”, frutto non di calcoli derivati da schede reali ma dalla raccolta effettuata ai seggi da personale (ne abbiamo contezza empirica) spesso impreparato ed approssimativo. Ma, cosa a nostro avviso più grave, che il sistema di comunicazione allestito dal giornalista collettivo ha deciso d’imperio di decretarne la veridicità, e non la verosimiglianza, come sarebbe stato corretto fare.

Secondo uno schema ormai consolidato e al quale ci siamo abituati fin troppo, al punto che, oltre a qualche perplessità suscitata fra gli addetti ai lavori (al Post, per esempio, se ne sono accorti), la maggior parte dei commenti che abbiamo ricevuto nel merito è riassumibile in un cortese invito ad “andarci a studiare come funzionano le cose”.

E in una democrazia ad alto tasso di mediatizzazione, nella quale l’effetto annuncio, se non conta più dei dati reali, è per lo meno latore di malevoli strascichi al vetriolo e di delegittimazione dell’avversario qualora non venga confermato, il servizio reso dalle grandi televisioni nazionali ci sembra, se non “grave”, come l’abbiamo definito a botta calda, per lo meno preoccupante.

Per il tasso di serietà di chi confeziona le notizie, schiavo della bulimica necessità di arrivare sempre e comunque primo, per cui una notizia diventa vera per il semplice fatto che viene riportata dalla concorrenza. Per lo spettatore, inconsapevolmente inchiodato davanti ad una scenografia che rischia di nascondere la reale struttura dentro la quale muove i propri passi, costretto a farsi un’idea su una ricostruzione delle cose, e non a partire dalle cose stesse. Per il nostro fragile sistema di pesi e di contrappesi di gestione dello spazio pubblico, che difficilmente sarebbe capace di ammortizzare un eventuale abbaglio del circuito mediatico.

Con la speranza di non dover ripescare, in un futuro magari prossimo, questo articolo, riproponendolo con il titolo “Noi ve l’avevamo detto”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *