La sconfitta di Berlusconi

By Redazione

maggio 17, 2011 politica

La sconfitta di Silvio Berlusconi a Milano certifica un indebolimento della sua leadership tale da confermare che un’epoca si sta chiudendo. Già alle scorse regionali il calo di consenso del Pdl fu vorticoso, ma venne compensato da una tenuta della Lega, che mostrava smalto nel recuperare consenso in uscita dal Pdl; nonché dal parallelo calo del Pd e del centrosinistra, che difatti perdevano quel round di medio termine. Oggi, la vittoria di Pisapia a Milano, e le vittorie stentate o mancate del centrodestra in altri capoluoghi di provincia e grandi comuni del Nord, sentenziano decisamente contro la compagine di governo. Sono tutte riflessioni che andranno supportate dai dati che verranno fuori in seguito ai ballottaggi. Ma la tendenza è chiara.

Il centrodestra paga anzitutto il proprio malgoverno. Locale e nazionale, in forza della ricercata nazionalizzazione di questo turno elettorale. Paga le meschine divisioni interne, finalizzate solo a preservare le rendite di potere. Paga l’involgarimento della campagna elettorale. Paga il tramonto di una leadership, quella di Berlusconi, che non ha più nulla da dire all’Italia e il cui bilancio ventennale è più magro dell’ottimo fisico di Piero Fassino. Paga una gestione della crisi tutta concentrata sulla passiva salvaguardia dei conti, senza alcuno slancio creativo (e, dunque, propriamente politico) nel realizzare le riforme indispensabili per aggredire il cancro del debito pubblico e ridare slancio alla crescita economica.

Il valore simbolico del dato di Milano trascende il riscontro numerico, già eccezionale per una città che da 18 anni era stabilmente governata dal centrodestra. È indubitabile: Berlusconi c’ha messo la faccia e l’ha persa (città e faccia). E Bossi stavolta non è riuscito a metterci una pezza. Il combinato disposti di questi due eventi produce un’accelerazione dell’uscita di scena del Cavaliere, con una Lega che vorrà ritrattare in tempi brevi – meglio brevissimi – il patto d’alleanza col Pdl. Ancor più che il Terzo Polo frana quasi ovunque e non potrà ridefinire a proprio vantaggio i rapporti di forza interni al centrodestra.

Ma il Pd sbaglierebbe ad interpretare superficialmente quanto è accaduto. Come ha scritto Folli sul Sole24Ore, se una stagione sta terminando, quella nuova è ancora lontana da venire. Il Pd non ha governato la vicenda politica milanese, è rimasto più che sorpreso di quanto è accaduto e si è ritrovato a rappresentare il cambio di passo senza averne propria cognizione di causa. Tutte le intuizioni che lo hanno favorito sono discordanti con la linea politica nazionale. A partire dalla indicazione sul proprio simbolo del nome di Pisapia, scelta che Bersani ha più volte detto di non voler fare nazionalmente, malgrado sia invece stato l’elemento determinante per registrare uno dei risultati migliori dei democratici milanesi. Con gli alleati minori drasticamente distanziati.

L’altro elemento che dovrebbe suggerire cautela al Pd nella lettura parziale del voto è il disastro del voto napoletano. Un disastro che va tutto riferito al malgoverno locale che ha contraddistinto gli ultimi anni della parentesi amministrativa partenopea. Il Pd non ha mai voluto ammettere che di disastro si trattava e che da questo riconoscimento di grande discredito bisognava ripartire. Disastrosa era la percezione che la città aveva della gestione politica del comune e disastrosa non poteva che essere la rappresentazione che di tale percezione dà oggi l’esito elettorale. E Napoli è una piazza importante. Tant’è che all’arretramento netto subito dal Pd nel capoluogo campano ne corrisponde uno più ampio in tutto il Mezzogiorno.

Insomma, l’interpretazione del voto amministrativo è complessa e pretende il rispetto dell’attesa dei dati in dettaglio e, soprattutto, il raffronto coi tanti ballottaggi che attendono milioni di italiani tra quindici giorni. Una lettura del voto piegata a sostenere tesi precostituite e tendente ad andare “oltre” la realtà dei fatti aiuterebbe forse le piccole ambizioni di alcuni. Ma non certo il Partito democratico.

* Antonio Funiciello è il direttore di LIBERTA’eguale. Scrive su Liberal, Europa e Mondoperaio. Ha ricoperto incarichi di direzione nei Ds e nel Pd. Lavora presso il gruppo parlamentare del Pd al Senato. Ha scritto per Donzelli Il politico come cinico. L’arte del governo tra menzogna e spudoratezza. La pubblicazione del suo articolo ci è stata gentilmente concessa dal webmagazine QDR.

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