DSK, dalla tragedia alla farsa

By Redazione

maggio 17, 2011 Esteri

Dopo la tragedia, la farsa: da ieri Dominique Strauss Khan soggiornerà, e per chissà quanto tempo, nella prigione di Rikers Island a New York. Stanza singola, nessuna possibilità di contatto con altri detenuti, una guardia sempre dietro quando vorrà farsi l’ora d’aria. Dopo la ordinanza del giudice Melissa Jackson, che ha detto no a una cauzione da un milione di dollari, le cose sembrano mettersi male. Anzi peggio. Anche perché in Francia e in Europa è scoppiata l’ira delle ministre femministe fuori tempo massimo. Proprio l’elemento che rischia di trasformare tutto in una pochade. E questo nel giorno che finalmente Dsk ne fa una giusta e sceglie un avvocato specializzato nel risolvere i casini delle celebrità che si mettono nei guai da sole: Ben Brafman. Quest’ultimo è un po’ come il personaggio “Wolf”, interpretato da Harvey Keitel in “Pulp fiction”, il capolavoro di Quentin Tarantino. Nel proprio cursus honorum infatti Brafman ha già “salvato” Michel Jackson, Sean Combs, Jay Z e Peter Gatien. Ma quel che lo ha reso famoso è stata la propria onestà intellettuale e la disarmante sincerità con cui rifiutò la difesa di Yassir Arafat dall’accusa di terrorismo internazionale: “Non sono la persona adatta, va difeso da qualcuno che nel proprio cuore non pensi che Arafat meriti di essere ucciso. Io lo penso”.

Intanto continua la ridicola presa di distanza del board del Fondo Monetario Internazionale che, con la portavoce Caroline Atkinson, afferma che “continuerà a monitorare gli sviluppi” della situazione che ha portato il direttore generale Dominique Strauss-Kahn in carcere a New York con l’accusa di tentato stupro. “La gestione del Fondo è in mano al direttore generale facente funzione di John Lipsky”,  ha detto ieri da Washington la Atkinson. E Lipsky, secondo lei, “ha sottolineato che il Fondo continua a lavorare senza interruzione”.

Nonostante l’arresto per stupro del suo ex numero uno. La Atkinson ha comunque voluto osservare che Strauss-Kahn non si trovava in missione per il Fondo al momento dei fatti oggetto delle accuse: “Il board è stato informato riguardo alle accuse formulate contro il direttore generale durante una visita privata a New York.” Come a dire: “stava lì per i fatti suoi”. Se continua questo trend oggi o domani qualcuno ipotizzerà che Dsk si trovasse al Sofitel apposta per puntare una “maid” da sodomizzare e soddisfare così le proprie voglie sessuali. Peggio del Fondo, come si accennava, le femministe spuntate a scoppio ritardato in Francia e in Europa. La reazione è arrivata ieri quando il presidente dell’Eurogruppo Claude Juncker, ha definito “indecente” aprire ora un dibattito sulla successione alla guida del’Fmi, definendo Strauss-Kahn “un buon amico”.

Non l’avesse mai fatto: gli avvoltoi invece che volare via gli sono piombati addosso a lui, con le sembianze delle ministre economiche europee. Le prime a sollevarsi? Ovviamente le donne sedute al tavolo dell’Ecofin, che hanno strepitato urlando che il direttore generale dell’Fmi “deve assumersi le proprie responsabilità” e fare l’immancabile  “passo indietro”.  “I crimini di cui è accusato Strauss-Kahn sono di una gravità straordinaria”, ha affermato ad esempio la ministra delle finanze spagnola, Elena Salgado, attaccando proprio  chi aveva timidamente preso le difese del direttore generale dell’Fmi: “La solidarietà, almeno per quel che mi riguarda, andrebbe data alla donna che ha subito l’aggressione”. Salgado ha quindi “dipietreggiato” ancora dicendo l’ovvietà secondo cui “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”,  e aggiungendo anche che “coloro che hanno responsabilità speciali dovrebbero fare più attenzione degli altri”. Un dibattito da signore con la sporta della spesa sul 64 barrato non sarebbe potuto essere più banale. Ha preso poi la parola la sua collega austriaca, Maria Fekter, sempre prendendosela contro Junker, che per un giorno avrà voluto essere nei panni del suo omonimo che produce caldaie. La Fekter si è levata in piedi ha puntato il dito e ha chiesto  esplicitamente le dimissioni immediate di Strauss-Kahn: “Tenuto conto che i giudici hanno respinto la richiesta di libertà su cauzione, egli deve riflettere sui danni che questa situazione causa all’Istituzione”. Il garantismo anche in questa Europa, contagiata dal virus italiano, per citare Marco Pannella, resta un sogno.

Più sulle proprie la ministra francese, Christine Lagarde,  visto che si fa il suo nome tra i possibili successori di Dsk  alla guida dell’Fmi. “È una vicenda sconvolgente e dolorosa”, ha esclamato sfidando anche lei il ridicolo di siffatta ipocrisia. Se tutto questo fosse avvenuto in un film dei “Monty Python” avrebbe dovuto aggiungere: “ma non per me”.  Passando sul fronte politico francese, i sondaggi dicono che sarà il marito di Segolene, Francois Hollande a beneficiare alla grande della “morte politica” di Dsk , anche se, almeno per ora, il  segretario del Partito Socialista francese, Martine Aubry, ha affermato che “non è il momento di parlare della sua eventuale candidatura alle primarie per la le presidenziali del 2012”. A bara ancora aperta discutere di eredità, sia pure politica, “pare brutto”. E la passerella mediatica, che per la polizia di New York è addirittura un optional quando ci sono di mezzo i sex offenders e si è sicuro di incastrarli senza effetti collaterali sulla carriera dei capi e dei procuratori distrettuali, ma che in Europa è teoricamente vietata da leggi che esistono in Francia ma anche in Italia? A spezzare una lancia per Dsk, ieri è stato proprio il presidente francese e avversario politico Nicolas Sarkozy.

Che forse lo avrà fatto anche per  salvaguardare l’immagine internazionale della Francia, come retropensiero, ma intanto qualcosa di garantista al contrario dei colleghi di partito di Strauss Khan l’ha detta: “Il sangue freddo, il coraggio, l’unità e direi anche la dignità sono la linea di condotta della maggioranza”.

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