Destra riformista, sinistra reazionaria

By Redazione

maggio 15, 2011 Esteri

Dal numero di aprile della rivista statunitense “Commentary“, vi proponiamo la traduzione in italiano (curata da Irene Selbmann) dell’articolo “The Reformist Right and the Reactionary Left” scritto da Daniel DiSalvo, professore aggiunto di Scienze Politiche al City College di New York. Oggi pubblichiamo seconda e ultima parte. Qui la prima parte.

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Con l’approvazione dell’ObamaCare, i democratici hanno raggiunto il loro più incredibile successo politico dalla Great Society degli anni 60. Ma come il discorso del Presidente Obama sullo State of Union del 2011 ha rivelato, lui e loro hanno poco altro in cantiere. Il costo di quasi un trilione di dollari del pacchetto di stimolo approvato nel 2009 ha distolto l’attenzione dalla ben più costosa e intrusiva proposta sul cambiamento climatico. Questo la lasciato Obama con davvero poco su cui puntare, a parte l’alta velocità e i pannelli solari. Il liberalismo americano può ancora essere d’accordo con le parole di Lyndon Johnson, quando diceva che “siamo a favore di molte cose e siamo contrari a pochissime”, ma ormai ha perso energia e sostegno pubblico, necessari a tramutare quelle “molte cose” in vere e proprie politiche.

Essere il partito della riforma ha portato diversi vantaggi per la destra. Ha aiutato enormemente i conservatori nell’arena elettorale, dando una scossa d’energia alle alte sfere, dando loro qualcosa di specifico su cui discutere oltre al lamentarsi per il generale declino della civiltà.  In secondo luogo, ha forzato la destra a pensare seriamente a come riconfigurare il welfare state per il XXI secolo. Oggi i conservatori stanno portando avanti l’idea di ridurre l’influenza del governo, renderlo più efficiente e riportare la fiscalità con i piedi per terra. I repubblicani si stanno imponendo del dibattito politico pubblico come il partito delle idee. Le loro proposte possono essere sagge o meno, ma sono quelle su cui si costruisce il dibattito.

Al di là dell’Atlantico, è evidente la stessa dinamicità sul fronte della destra. Il Presidente francese Nicholas Sarkozy ha speso le sue energie per modernizzare il gollismo, la principale corrente di centro-destra in Francia che, nelle mani di Jacques Chirac, era diventata ideologicamente incoerente. Sarkozy ha difeso la virtù del lavoro in una nazione molto concentrata sullo svago ed ha incoraggiato quelli che vogliono lavorare di più delle 35 ore che la settimana lavorativa francese prevede. Sarkozy crede che una più forte etica del lavoro possa contribuire al rinnovamento sociale ed economico di cui la Francia ha bisogno per continuare ad essere uno dei principali attori sul palcoscenico mondiale.

Per modernizzare questa visione, Sarkozy ha cercato di riformare il generoso sistema pensionistico francese, che ha reso inattiva tanta forza lavoro utile e creato deficit strutturali insostenibili. In risposta a questa proposta di aumentare l’età minima per la pensione da 60 a 62 anni, gli studenti e i lavoratori del settore pubblico, sostenuti dal partito socialista, hanno lanciato massicce proteste che hanno paralizzato la nazione per una settimana. Una leader del partito socialista, Martine Aubry, ha dichiarato: “L’età per il pensionamento legalmente fissata a 60 anni è… una questione di giustizia”. Se verrà eletta presidente nel 2012, Aubry ha promesso di ritirare la legge e far tornare la Francia alle glorie degli anni 80, quando era sotto François Mitterand. Il suo programma non prevede la necessità di guardare l futuro, ma un ritorno en arrière.

In Gran Bretagna nelle elezioni del 2010 si è fatta strada una coalizione di conservatori e liberal-democratici.  Proprio prima del ballottaggio, il leader conservatore David Cameron disse al Parlamento: “Le sole nuove idee della politica inglese vengono dall’ala destra della Camera”. Una volta in carica, tra l altre riforme, il nuovo governo ha proposto pesanti tagli al budget. Il programma di austerity – 130miliardi di dollari di tagli, l’equivalente del 10% del PIL – fu proposto come il modo per scatenare il mercato per risolvere i problemi economici della Gran Bretagna, un mezzo per incoraggiare la fiducia e superare una società moralmente a pezzi e, infine, per conservare l’indipendenza della nazione.

Le razioni dei sindacati, degli studenti e dei laburisti, sono state violente. In risposta alla decisione di alzare le tasse dei iscrizione alle università pubbliche, gli studenti sono scesi in strada infuriati. Hanno attaccato la sfilata del principe Carlo, distruggendo le vetrate del Ministero del Tesoro e della Corte Suprema, cantando “l’istruzione non è in vendita”. Poche realistiche alternative politiche sono state offerte, ma l’opposizione al cambiamento proposto dal governo di Cameron è stata debitamente registrata.

In nazioni con governi di centro-sinistra al potere durante la crisi – come la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo e la Spagna – la pressione fiscale ha forzato l’adozione di programmi politici che altrimenti non avrebbero mai scelto di seguire spontaneamente. Questi programmi hanno aperto un divario tra i politici e la base elettorale, specialmente dal momento che erano imposti dall’esterno – dalla Germania, dal Fondo Monetario Internazionale e da altri creditori europei. In Irlanda le riforme hanno portato al collasso del governo. Il primo ministro spagnolo, José Luis Rodíguez Zapatero, ha negoziato con riluttanza un “patto sociale” con i sindacati e i datori di lavoro che alzerà l’età pensionabile a 67 anni. Ma questo cambiamento non avrà effetto prima del 2027. Zapatero adesso sta facendo altri difficili passi per stimolare l’ultra-regolato mercato del lavoro in Spagna.

La sinistra potrebbe in qualche modo trarre vantaggio dal rovesciamento delle categorie politiche nell’Occidente. Per prima cosa, potrebbe rilanciarsi come il partito della prudenza, quello che predilige i cambiamenti lenti e progressivi rispetto alle riforme radicali. Poi, può tentare di convincere l’elettorato che i conservatori sono in realtà dei radicali, tutti protesi a ridurre a brandelli la previdenza e assistenza sociale e avviando la società ad una corsa al massacro. Infine, l’opposizione è il luogo ideale per chi non ha un programma ben definito per portare il cambiamento.

Nel frattempo, per la destra essere al servizio della causa del riformismo è un tranello, specialmente negli Stati Uniti. In altre nazioni, come in Gran Bretagna o in Francia, i partiti conservatori sono stati, in buona sostanza, i leader del secolo scorso. Per governare, questi conservatori hanno dovuto essere pragmatici e flessibili. Hanno dovuto esercitare spesso la loro autorità di governo, ecco perché sono riluttanti a criticarla. Per i conservatori americani, d’altra parte, è stato più facile prendere posizioni in favore di un governo limitato, senza dover combattere per questo, dal momento che furono ampiamente esclusi dal potere dagli anni 30 fino ai primi anni 80. Meno esperienza di governo combinata con la necessità di gestire forze anti-governo all’interno dei loro stessi ranghi (oggi rappresentate dal Tea Party), rende la presa dei conservatori americani molto meno sicura.

Queste tensioni all’interno del conservatorismo americano sono emerse a primo round della battaglia sul budget del 2011. I leader repubblicani alla Camera hanno proposto un taglio alla spesa pari a 32 miliardi di dollari. Ma i membri del Tea Party si sono mostrati riluttanti, replicando che soltanto un taglio pari a 100 miliardi di dollari avrebbe reso possibili le promesse della campagna. “Per quanto questi tagli siano importanti – ha detto la repubblicana MIchelle Bachmann – abbiamo bisogno di molto più di ciò che ci propongono oggi”. La rivolta ha messo in evidenza l’esistenza di una spaccatura all’interno del GOP. La leadership è preoccupata che se non riesce a far passare un budget che il Senato e la Casa Bianca possono approvare, il governo chiuderà i battenti, come fece nel 1994. Un risultato che temono possa essere una minaccia per l’elettorato repubblicano nel 2012. Ma i sostenitori del Tea Party sono entrati in gioco con delle convinzioni, e il compromesso non temono semplicemente il compromesso. Lo disprezzano.

Come Henry Olsen ha puntualizzato in National Affairs, queste divisioni all’interno del partito complicano la posizione del GOP nei confronti dell’elettorato. Gli elettori indecisi (molti dei quali bianchi e lavoratori) “diffidano dei conservatori moderni – perché mentre questi elettori si oppongono alla rapida espansione del welfare state e del potere federale, non sono nemmeno a favore nemmeno del loro trinceramento”. Secondo Olsen, i conservari hanno bisogno di persuadere gli scettici centristi che il loro scopo è mantenere – non smantellare – la previdenza e l’assistenza sociale. Irving Kristol una volta ha dato un consiglio simile: “Il welfare state è una realà, che ci piaccia o no, e i conservatori dovrebbero cercare di renderlo migliore, non peggiore”. Il solo modo di preservare il welfare state è renderlo più efficiente e razionalizzarlo.

Ma questo pone la destra davanti ad una sfida enorme. Gli sforzi per far prendere al welfare una piega conservatrice – per renderlo “coerente con i principi morali di base della nostra civiltà e i principi politici di base della nostra nazione”, per usare le parole di Kristol – in passato sono andati a monte. Come ha avuto modo di scoprire l’amministrazione Bush, un’agenda politica che cerca di introdurre standard più duri nelle scuole, meccanismi di mercato nella politica ambientale e nel sistema sanitario e iniziative basate sulla carità per combattere la povertà può effettivamente finire in una richiesta di più intervento della spesa pubblica e una trafila di effetti collaterali. La tensione tra la riforma del welfare state e il suo ampliamento con l’utilizzo di vari mezzi è evidente oggi nella Big Society di David Cameron. Cameron sostiene che “nel combattere la povertà, la disuguaglianza, il disagio sociale e l’ingiustizia, voglio trasformare l’azione statale in azione sociale. Ma credo che il governo debba esercitare un ruolo chiave nella gestione di questa trasformazione. Voglio essere chiaro: dobbiamo usare lo stato per ricostruire la società”. E tanti saluti al governo limitato.

L’alternativa del semplice taglio netto alla spesa pubblica ridotta all’osso, sembra non andare bene per il popolo americano. La politica di austerity porta spesso ad avere troppe poche scelte, perché i grandi programmi sono proprio quelli più popolari, e quindi più difficili da toccare. Con la notevole eccezione del presidente del Budget Commitee, Paul Ryan, e il repubblicano del Wisconsin, pochi membri del GOP si sono mostrati disponibili  ad intervenire sulla spesa pubblica, che è il vero nocciolo della crisi del budget. E quindi quello che si va a toccare per ridurre la spesa pubblica, ha spesso poco a che fare con le idee di razionalità ed efficienza. E questo riguadra anche le spese per la difesa. Nessuno dei precordi politici attuali è particolarmente affascinante per i politici conservatori, anche se tutti i percorsi hanno qualche attrattiva per l’intelligentsia e i movimenti populisti che non devono poi confrontarsi con il loro elettorato ogni due anni. L’editorialista del New York Times, Ross Douthat ha dato un nome a tutto questo: “Conservative Dilemma”.

Sarà pure un dilemma, ma oggi sono i conservatori, siano essi Scott Walker nel Wisconsin o David Cameron in Gran Bretagna, che si stanno muovendo e che stanno affrontando questioni difficili. Possono sbagliare, o fare scelte non eccellenti, ma non si abbandonano all’inazione, guardando con occhi sbarrati l’abisso del budget in perdita. Stanno, invece, prendendo decisioni coraggiose per assicurarsi che la loro linea non sia in caduta libera.

Per far sì che le società continuino ad essere libere, abbiamo bisogno sia delle forze che chiedono il cambiamento, sia di quelle che vorrebbero mantenere lo status quo. La dialettica tra le parti, aiuta a mantenere la politica in equilibrio e lontana dagli estremismi: da una parte la stagnazione e dall’altra le derive rivoluzionarie. La dialettica, però, non è statica. L’attacco al nuovo partito delle riforme è fatto per far sembrare una deriva rivoluzionaria ogni cambiamento che propone di attuare. Ma negando il bisogno di cambiamento, dicendo che ogni cambiamento porterà senz’altro al disastro, il partito reazionario molto probabilmente rischia di essere considerato irrilevante, irresponsabile e irrazionale dal popolo americano, preoccupato per i rischi che una gestione liberal può portare al benessere presente e futuro della nazione.

(2/Fine – clicca qui per leggere la prima parte dell’articolo)

* Dal numero di aprile della rivista Commentary. Titolo originale dell’articolo: “The Reformist Right and the Reactionary Left”. Traduzione di Irene Selbmann

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