Un prefetto contro il Premier

By Redazione

maggio 13, 2011 politica

Fermi tutti. Fermiamo le ruspe. L’ultimo coniglio è uscito dal cilindro azzurro di Silvio Berlusconi che, per imprimere l’accelerata decisiva alla corsa elettorale napoletana, ha promesso lo “stop alla demolizione delle case abusive” all’ombra del Vesuvio. Se è rimasta spiazzata la Lega, figurarsi il candidato sindaco in quota Pd Mario Morcone. Il prefetto di 59 anni, chiamato a risollevare le sorti dei democratici “traditi” dal duo Iervolino-Bassolino, si è ritrovato a lottare col solito gigante della politica, campione delle promesse last minute, lo stesso che si giocò la carta dell’abolizione Ici all’alba delle elezioni del 2006. Da più parti individuato quale baluardo della legalità in una Napoli allo sbando, Morcone prende atto con amarezza ma rilancia al vetriolo: “in una città invasa dai rifiuti e con problemi di inquinamento, invece di pensare a tutelare l’ambiente e sostenere il territorio, il premier annuncia l’ennesima legge ad hoc”.

Nativo di Caserta e laureato in giurisprudenza, Morcone ne ha viste tante nella sua carriera internazionale anche se, un colpo di coda come questo, forse, non se lo aspettava. Ha vissuto tra Napoli, Roma e New York. Prefetto a Rovigo, direttore generale della Protezione Civile, Deputy per la civil administration in Kosovo e pure commissario straordinario per la gestione del comune di Roma dopo le dimissioni di Veltroni. Già direttore dell’agenzia che gestisce i beni sequestrati alla mafia, in quel di marzo Morcone ha accettato “per amore della città” la patata bollente tesagli dal partito. Tirato per la giacchetta dai vertici Pd, il prefetto rappresenta infatti la faccia pulita e sufficientemente navigata per restituire un po’ di credibilità ai democratici napoletani.

Nel frattempo teme “che da parte del centrodestra si voglia usare contro di me il metodo Boffo”. Presunto modello giornalistico-diffamatorio che insieme alla macchina del fango viene evocato ogni due per tre. A onor del vero, dagli ambienti azzurri sono giunte le bordate del sottosegretario Nitto Palma ma anche le carinerie di Storace (“chi lo conosce lo evita”). Senza contare i botta e risposta con l’avversario Lettieri che, per gentilezza, gli ha disertato il confronto tv. Mentre i militari provano a ripulire la città, il prefetto democratico propone la raccolta differenziata perché “a Napoli deve tornare a sentirsi l’odore del mare” ed effettua il suo tour elettorale in camper, dal centro alla periferia. Il giro si conclude al Rione dei Fiori, ex roccaforte del clan Di Lauro e tuttora zona di frontiera dove campeggiano i manifesti di sostegno ad Armando Chiaro (candidato Pdl), arrestato con l’accusa di essere un prestanome del clan Polverino.

Con la stessa dose di coraggio, poche ore prima Morcone si era presentato a Scampia e, accompagnato da un Nichi Vendola in forma smagliante, aveva messo in guardia i cittadini dalla compravendita di voti (ai quartieri Spagnoli sarebbe già a buon punto) e dalle liste inquinate del Popolo della Libertà. Al termine di una campagna elettorale dominata da veleni e insinuazioni, Morcone prova a raccogliere le fila di un progetto ambizioso seppur nettamente indietro rispetto alle quotazioni degli avversari. Le corse clandestine non prevedono nulla di buono, almeno al primo turno dove De Magistris fa il bello e il cattivo tempo con una sostanziosa fetta di voti democratici. Al ballottaggio sarà già un’altra storia, relativamente favorevole a Morcone che spera di poter gridare al golfo (e al premier) il suo slogan un po’ così. “Il futuro è Mò”.

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