Perché ha ragione la Consulta

By Redazione

maggio 13, 2011 politica

Quando le leggi diventano parte talvolta fondamentale della propaganda elettorale e della demagogia dell’attuale classe politica di destra, di sinistra o di centro, le differenze quasi non esistono più, le conseguenze non possono che essere i ripetuti interventi censori della Corte Costituzionale. Organismo di garanzia, per quanto non immune in taluni casi dalla accusa di politicizzazione e di lottizzazione partitocratica.

La sentenza 164, quella che di fatto smantellato il pacchetto-sicurezza voluto nel 2009 dal governo in carica, depositata giovedì 12 maggio 2011 e firmata dal giurista Giuseppe Frigo, già presidente dell’Unione delle camere penali e indicato a suo tempo dal centrodestra al parlamento per la nomina, non fa eccezione. Anche se su molti giornali oggi viene venduta come un attacco anti governativo al “pacchetto sicurezza”. Ma una sentenza della Consulta in materie così tecniche normalmente non è di destra né di sinistra, semplicemente di garanzia.

Il problema in Italia è che ognuno fa il garantista con i propri guai giudiziari e il giustizialista con quelli della parte avversa. Lo abbiamo visto nell’increscioso episodio Moratti-Pisapia, ma in passato, a parti rovesciate, quando si è data ingiustamente la croce addosso al giudice Corrado Carnevale, reo di avere annullato sentenze sostanzialmente e formalmente sbagliate che riguardavano i boss di mafia. O ancora prima con il caso Tortora, o molto tempo dopo con il caso Mastella-de Magistris.

La degenerazione della lotta poltica e della classe dirigente italiana travolgono ormai tutto e tutti. E non si guarda più alla sostanza delle cose. Nella sentenza di ieri, il relatore Frigo ricordava come già “..con la sentenza numero 265 del 2010, questa Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittima la norma censurata, nella parte in cui sancisce una presunzione assoluta – anziché soltanto relativa – di adeguatezza della sola custodia in carcere a soddisfare le esigenze cautelari nei confronti della persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza per taluni delitti a sfondo sessuale: in particolare, per i reati di induzione o sfruttamento della prostituzione minorile, violenza sessuale e atti sessuali con minorenne…”

E oggi si può ad esempio ribattere a “Libero” e al “Giornale”, che fanno titoloni demagogici sulla sentenza costituzionale di giovedì che riguardava un caso sollevato dalla corte di assise di Lecce per una fattispecie di merito dalle modalità molto particolari (una povera donna che in un attimo di ira ha ucciso il marito dopo anni di botte, stalking e persecuzioni varie e che era stata poi condannata a sedici anni in primo grado), che senza la sentenza costituzionale del 2010 su citata, per il caso Ruby, che probabilmente è una montatura, le famose toghe rosse di Milano avrebbero potuto richiedere l’arresto di Berlusconi, Fede, Mora e la Minetti. Perché, se ancora fosse stata in piedi la norma del pacchetto sicurezza, voluto dai leghisti e da Fini quando era ancora parte del Pdl, che prevedeva l’obbligatorietà della misura cautelare per gli imputati dei delitti sessuali su menzionati, le conseguenze sarebbero state quelle.

Allora come si può essere garantisti a targhe alterne e a seconda se si è in campagna elettorale o no? Secondo Frigo, “la compressione della libertà personale dell’indagato o dell’imputato va contenuta… entro i limiti minimi indispensabili a soddisfare le esigenze cautelari riconoscibili nel caso concreto. Ciò impegna il legislatore, da una parte, a strutturare il sistema cautelare secondo il modello della “pluralità graduata”, predisponendo una gamma alternativa di misure, connotate da differenti gradi di incidenza sulla libertà personale; dall’altra, a prefigurare meccanismi “individualizzanti” di selezione del trattamento cautelare, coerenti e adeguati alle esigenze configurabili nelle singole fattispecie concrete.” In parole povere, la misura della custodia cautelare, qualunque sia il reato, con l’eccezione di quelli commessi nel quadro della partecipazione ad un’associazione mafiosa, che per definzione, per la sola sua sussitenza garantisce la reiterazione probabile dei reati di sangue, va valutata dal giudice “caso per caso”.

Questo insieme di indicazioni costituzionali trova puntuale espressione nella disciplina generale dettata dal codice di procedura penale. “A fronte della tipizzazione di un “ventaglio” di misure, di gravità crescente (articoli 281-285), il criterio di «adeguatezza» (articolo 275, comma 1) – dando corpo al principio del «minore sacrificio necessario» – spiega sempre Frigo – impone, difatti, al giudice di scegliere la misura meno afflittiva tra quelle astrattamente idonee a tutelare le esigenze cautelari ravvisabili nel caso concreto. “

Da tali coordinate – continua il ragionamento chiarissimo dell’estensore della sentenza 165 – si discosta vistosamente la disciplina dettata dal secondo e dal terzo periodo del comma 3 dell’articolo 275 codice procedura penale – inserita tramite una serie di interventi novellistici – la quale stabilisce, rispetto ai soggetti raggiunti da gravi indizi di colpevolezza per taluni delitti, una duplice presunzione: relativa, quanto alla sussistenza delle esigenze cautelari; assoluta, quanto alla scelta della misura, reputando il legislatore adeguata, ove la presunzione relativa non risulti vinta, unicamente la custodia cautelare in carcere, senza alcuna possibile alternativa.”

In pratica quando si fanno leggi sfruttando cinicamente episodi di cronaca che emozionano l’opinione pubblica e spesso anzi si aizza la stessa in vista di elezioni, politiche o amministrative poco cambia, questi sono i risultati. Per cui come dare torto al principio filosofico sottostante a queste sentenze costituzionali secondo cui “chi rompe paga e i cossi sono suoi”?

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