Destra riformista, sinistra reazionaria

By Redazione

maggio 13, 2011 Esteri

Dal numero di aprile della rivista statunitense “Commentary“, vi proponiamo la traduzione in italiano (curata da Irene Selbmann) dell’articolo “The Reformist Right and the Reactionary Left” scritto da Daniel DiSalvo, professore aggiunto di Scienze Politiche al City College di New York. Oggi pubblichiamo la prima parte. Appuntamento a lunedì per la seconda (e ultima).

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A fine febbraio l’attenzione nazionale si è concentrata alternativamente sulle proteste in Medioriente e su quelle in Occidente. Il nuovo governatore repubblicano del Wisconsin, Scott Walker, ha annunciato misure salva budget che hanno immediatamente innescato un dibattito nazionale sui sindacati i loro rapporti con i governi centrali e locali. Walker ha cercato di forzare gli impiegati statali a dare maggiori contributi per le pensioni e il sistema sanitario e a rescindere i privilegi della maggior parte dei contratti collettivi per la maggior parte degli statali. I lavoratori del settore pubblico e i loro alleati del Partito Democratico e della sinistra liberal hanno gridato all’oltraggio. Il Presidente Obama ha definito le proposte di Walker “un assalto ai sindacati”. In breve, 60mila contestatori sono piombati a Madison, capitale dello stato. In carica da meno di un mese, Walker si è trovato ad essere paragonato a Hosni Mubarak e Adolf Hitler. Per evitare il voto sulla misura proposta da Walker, che aveva sufficienti voti della legislatura per passare senza problemi a patto che si raggiungesse il quorum, i senatori democratici se la sono svignata dal Wisconsin per rintanarsi in varie località dell’Illinois.

Nel 1959, il Wisconsin è diventato il primo stato a garantire i diritti del contratto collettivo agli statali, con un conseguente aumento dell’affiliazione agli stesi da parte dei lavoratori del settore pubblico. Sono gli stessi diritti che Walker ha cercato di ritirare. Aveva diversi motivi per farlo. Primo, il budget statale deve rientrare in equilibrio, e il Wisconsin ha bisogno di soldi. Secondo, è una questione di ingiustizia verso i contribuenti, che devono contribuire in modo significativo ai benefici dei quali godono, mentre quelli del settore pubblico – che in fin dei conti lavorano per i contribuenti – non lo fanno quasi per nulla. Terzo, Walker ha cercato di indebolire il potere dei sindacati, che usano la loro ricchezza e il loro potere per fare lobby e controllare i loro padroni che siedono a governo. Più in generale, Walker ha lanciato un’importante sfida alle fondamenta dello stato liberale, dicendo che vuole “ridimensionare”  l’influenza del governo così che possa garantire “solo i servizi essenziali di cui i cittadini hanno bisogno e che i contribuenti possono permettersi”.

Le azioni di Walker sono in linea con quelle di governatori repubblicani come Mitch Daniels in Indiana, che ha messo sulla difensiva i democratici e i loro sindacati. Chris Christie, inflessibile governatore del New Jersey, è diventato inaspettatamente una celebrità per aver fatto abbassare lo sguardo ai sindacati degli insegnanti. Eletto nel 2009, Christie ha velocemente realizzato che, sul lungo periodo, il sistema sanitario e pensionistico del New Jersey avrebbero rappresentato un fardello per le finanze dello stato.  Si è attivato per imporre un tetto del 2% alle imposte sulla proprietà per limitare la spesa del governo, per cambiare le regole per il pensionamento e per rendere obbligatorio che gi insegnanti contribuiscano alla loro assicurazione sanitaria con una piccola percentuale del loro stipendio.

Altri governatori, in maggioranza repubblicani, hanno accettato la sfida, richiedendo (come Walker) un passo indietro sui contratti collettivi per  lavoratori pubblici e cercando il modo di fare riforme per i sistemi pensionistici, che stanno contribuendo enormemente ai deficit strutturali. Queste proposte hanno incontrato una resistenza ad oltranza, proveniente soprattutto dai noccioli duri del liberalismo americano: sindacati del settore pubblico, intellettuali e attivisti. Ha dichiarato Walker in proposito: “Tutte le volte che sfidi lo status quo, tutte le volte che sei coraggioso, vai incontro a grosse reazioni”.

Gli eventi che hanno coinvolto le capitali di stato americane riflettono una tendenza più vasta e con profonde ramificazioni non solo per l’attuale governo ma anche per l’allineamento ideologico dei partiti nazionali. Questa tendenza, messa in moto dalla Grande Recessione, è la riconfigurazione delle categorie politiche dell’Occidente, in un modo che ha sorpreso quasi tutti.

Inizialmente, la maggior parte degli analisti credeva che la profonda crisi del capitalismo suggerita dal tracollo del mercato nel 2008 avrebbe rimbalzato a favore della sinistra. Sembrava logico. Il Times di Londra ha persino tirato fuori Karl Marx dal cestino della storia per chiedere “se la sua ora fosse ormai giunta”. L’astuzia della storia, invece, operando attraverso la stessa crisi finanziaria, ha portato i governo di centro-destra al potere in molte nazioni. Anche in molti luoghi dove i governi di sinistra resiste, si sono adottate politiche spesso associate con quelle degli avversari politici. La situazione fiscale penosa e le ancor più penose prospettive per il futuro hanno forgiato un consenso grossolano intorno a quelle politiche che potevano fungere da cura per tirare avanti. Le politiche per tagliare la spesa pubblica, non aumentare le tasse, snellire la burocrazia e ridurre il peso dello stato.

Per la prima volta in più di un secolo, la sinistra, normalmente impegnata ad immaginare un futuro migliore, appare priva di un progetto politico rilevante e si è bloccata sulla difesa delle conquiste del passato, o del recente passato, come il passaggio della riforma del sistema sanitario. La Grande Recessione e il disastro fiscale alla sua base, che ha contribuito a rivelare, ha causato una crisi in quello che Walter Russell Mead ha chiamato “blue social model”. Secondo questo modello: “sia i colletti blu sia i colletti bianchi hanno un lavoro stabile, e il sistema amministra uno stato in crescita, con standard di vita in netta salita per tutte le classi sociali, mentre i divari tra le classi rimangono più o meno stabili, e con un “dividendo sociale” in aumento…vacanze più lunghe, più istruzione sempre più economica sostenuta dallo stato, pensionamento sempre più vicino, settimane lavorative sempre più corte e via discorrendo”.

Il “blue social model” suggeriva che i miglioramenti progressivi messi in atto dal governo sarebbero andati avanti rapidamente, ma cambiamenti fondamentali sarebbero stati necessari. Questo era il modo in cui una società moderna avrebbe dovuto essere  gestita. Era logico, pratico e giusto.

Molteplici fattori – dall’immigrazione di massa all’innovazione tecnologica alla concorrenza globale – hanno reso il “blue state model” obsoleto. Ora le nazioni dell’Occidente affrontano due dilemmi. Uno è l’esplosione del costo dei benefici del sistema sanitario e pensionistico, che stanno mettendo a dura prova i budget. Un altro è che il lavoro del governo è costoso ma non molto efficiente: ogni anno i contribuenti spendono di più per avere di meno. Cercare di risolvere questo problema richiederà soluzioni complesse e innovative. Soluzioni di questo tipo stanno già incontrando resistenza dalle parti che ne sarebbero maggiormente penalizzate. Guarda caso, si tratta proprio della spina dorsale della sinistra. In qualità di principale artefice della previdenza e assistenza sociale, la sinistra oppone resistenza a cambiarne la composizione. Paul Starr, redattore dell’American Prospect, ha commentato che il liberalismo è ampiamente caratterizzato oggi da un atteggiamento di “difesa” e “opposizione”. Non deve solo difendere le politiche messe in campo mezzo secolo fa, come le regole dei contratti collettivi del Wisconsin, ma anche quella parte della legislatura dell’ondata politica ed elettorale democratica che è poi passata ai repubblicani nel 2006 e 2008 prima di essere inghiottita dall’ondata che ha travolto di democratici del 2010.

La previdenza ed assistenza sociale americana è generalmente considerata più ridotta e meno generosa di quella delle controparti europee. Anche per rimediare a questo squilibrio, dopo aver preso il controllo della presidenza i democratici hanno preso le redini procedendo decisi con la rivoluzione del sistema sanitario, il pezzo finale nella grande costruzione di un welfare state che segue il cittadino dalla nascita alla morte, basato sul modello europeo.

Le elezioni di midterm del 2010 hanno chiaramente detto che gli americani non sono contenti di questa concezione. Questo referendum nazionale ha lanciato un segnale ai repubblicani, che si sono trovati nella condizione di poter correre ai ripari, non solo con la più vasta maggioranza alla Camera dei Rappresentanti in più di 60 anni, ma anche con il più alt o numero di rappresentanti legislativi dal 1920. La nazione ha chiesto a questi politici di riformare il welfare state prima che vada irrimediabilmente in rosso.

In questa nuova situazione, il Partito Democratico deve giocare il ruolo del “conservatore”, cercando di bloccare, diluire o frenare le iniziative dei repubblicani. Come James W. Ceaser ha recentemente scritto nella Claremont Review of Books, i democratici sono certi di “enfatizzare l’autorità costituzionale dei loro uffici” e le virtù di un governo diviso. Questo è particolarmente evidente quando arriviamo al discorso sulla sanità. Subito dopo essersi insediati nel 2011, i repubblicani alla Camera hanno subito votato per abrogare la nuova legge (la legge sulle cure sostenibili e la protezione del paziente). Il Presidente Obama ha immediatamente minacciato di utilizzare il suo potere costituzionale di veto nel caso in cui tale proposta di abrogazione avesse raggiunto la su scrivania, per far capire che sarebbe stata sconfitta. Un tributo al potere del governo diviso, fermare il percorso di una legge.

(1/continua – domani la seconda e ultima parte dell’articolo)

* Dal numero di aprile della rivista Commentary. Titolo originale dell’articolo: “The Reformist Right and the Reactionary Left”. Traduzione di Irene Selbmann

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