Quando cadono i dittatori

By Redazione

maggio 12, 2011 Esteri

Una volta doveva stare ben attenta ai titoli dei libri, in arabo, francese, inglese o italiano, che esponeva in vetrina. La libreria “al Kitab” a Tunisi è infatti sita a circa metà della bellissima Avenue Bourguiba. Ma dall’altra parte della strada c’è il famigerato ministero dell’Interno, con le sedi distaccate dei “mukhabarat”, cioè i servizi di sicurezza dell’ex despota Zinadine Ben Ali, noti per le efferate torture e per le sparizioni degli oppositori nelle segrete. Oggi scherza la direttrice Selma Jabbes, parlando con gli inviati di “Radio tre mondo” così come con tutti i giornalisti stranieri che sono stati a visitare quella che è sempre stata di sicuro la più formita libreria di Tunisi, “i libri più richiesti sono quelli contro l’ex dittatore”.

Scherza e fa notare che “ci mettevano poco a venirci a prendere e a portarci in manette dall’altra parte della strada qualora avessero ritenuto che ci fossero in vendita testi in francese anti Ben Alì”. Cioè gli stessi che oggi fanno bella mostra di sé sugli scaffali e nella vetrina che affaccia sul lato sinistra della grandissima, immensa, bellissima Avenue Bourguiba. Sull’ultimo numero in edicola di “The Atlantic Monthly” è dedicato a questa libreria un lunghissimo incipit di un ancora più lungo articolo dal titolo beffardo: “Attenzione caduta tiranni”. E il tutto è corredato da un cartello stradale come quello della “caduta massi”, solo che la silhouette che si vede cadere tra i sassi è quella inconfondibile di Ben Alì. Tra i titoli di instant book sulla rivoluzione dei gelsomini spiccano “Le silence tunisienne”, “La Tunisie di Ben Alì”, “La società contro il regime” e “Ben Alì le ripou”, cioè “il marcio”. Cose nemmeno pensabili solo un anno fa.

Per chi, come chi scrive, ha conosciuto la libertà sotterranea di parlare male del dittatore e della moglie Layla Trabelsi, soprannominata “la parrucchiera”, cioè la “hallaqa”, per le proprie origini popolaresche e per il proprio arrivismo vorace, sembra quasi fantascienza leggere e sentire alla radio le parole di questa signora, la direttrice della libreria su citata, che ha vissuto in questo luogo di cultura gli ultimi venti anni come in apnea. Adesso la libreria, che era chiaramente stata concepita anche con un taglio turistico, visto che è sita nella parte più frequentata anche di notte dai  visitatori di Tunisi, è diventata anche un luogo di ritrovo per la gioventù dei gelsomini. Per noi studenti italiani di arabo da anni era il posto dove comprare i testi dei classici arabi a bassissimo prezzo. Classici come Ibn Battuta (“la Rihla”, cioè il viaggio), il contemporaneo ed omologo maghrebino di Marco Polo, che viaggiò per 24 anni e che quando tornò in Marocco raccontando di terre lontane come le Maldive, l’India e la Cina, tutte islamizzate in epoche precedenti  al suo viaggio, non venne inizialmente creduto dai propri contemporanei.

Libri che in Italia sono introvabili specie nelle edizioni originali e che nelle traduzioni dei classici di Einaudi sfiorano gli 80 euro e che lì, negli scaffali di “al Kitab”, tuttora si trovano per l’equivalente di dieci o quindici euro in dinari locali.  Adesso la gente parla per strada, accalcandosi nei bar vicini a questa libreria, delle ultime dichiarazioni del nuovo capo della Banca centrale tunisina, Kamel Mustapha Nabli, richiamato dall’esilio, e da settimane impegnato solo in una cosa: scoprire quanto si sono rubati l’ex tiranno e la sua famiglia. Quella di Ben Alì tutto sommato, dice la gente, non era tanto una tirannia feroce come quella di Mubarak o quella di Gheddafi o, Dio non voglia, come quella di Assad in Siria. Però era una vera e propria “cleptocrazia”. Nabli ha descritto il proprio attuale lavoro di inventario come “un’avventura in materia di contabilità forense.”

“Tutto ciò che potevano rubare, hanno rubato” – ha detto Nabli a Jefferey Goldberg, il corrispondente di “The Atlantic Monthly” – penso che ci vorranno anni per capire la portata della corruzione. La famiglia di Ben Ali ha trattato l’intera Tunisia come fosse un bene personale…”. Bene, oggi di questo si parla nei libri che vende al Kitab, ma anche nei giornali, che non sono più obbligati a pubblicare in alto a sinistra, cioè in apertura, la foto effigie del dittatore, la stessa che campeggiava in ogni locale aperto al pubblico: dai bar, ai cinema, ai teatri. E, ironia della sorte e vera e propria legge dantesca del contrappasso, il gossip su Layla Trabelsi, la “halalqa” che mandava l’aereo privato a Saint Tropez, con i suoi servi addetti allo shopping estivo, e a Parigi, per quello invernale, la gente li legge proprio dal barbiere o dal coiffeur nelle riviste a disposizione di chi attende. Quanto deve essere ancora più bella oggi la Tunisia, ora che ha riacquistato la libertà a lungo e invano inseguita dopo la fine del colonialismo francese.

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