Un’ Agricoltura da coltivare

By Redazione

maggio 6, 2011 politica

E tre! Dal 23 marzo Saverio Romano è il nuovo Ministro dell’agricoltura. L’esponente dei “Responsabili” è dunque il terzo inquilino del dicastero in neanche 3 anni di legislatura e sostituisce l’uscente Giancarlo Galan (durato nemmeno un anno e “dirottato” alla Cultura) che a propria volta era arrivato al posto di Luca Zaia, divenuto nel frattempo governatore del Veneto.

Un turn-over che ha evidenti matrici e motivazioni politiche e fa parte di un generale riassetto del governo, portato avanti “a tappe” e dovuto alle contingenze politiche. L’affaire-Bondi, unito all’impellenza di concedere qualcosa a chi il 14 dicembre ha contribuito a salvare il governo sul voto di fiducia, ha indotto Berlusconi a fare di necessità virtù e a mettere mano ancora una volta a quello che fino a poche decine di anni fa era uno dei ministeri certamente più importanti ma che oggi, evidentemente, non è più così centrale, divenendo di fatto la “porta girevole” del governo buona a tutte le necessità. A testimoniare questa sensazione, il disinteresse generale nel quale si è consumata questa nomina – se si eccettano le riserve del presidente Napolitano sulla sua opportunità e il conseguente botta e risposta sui giornali – compressa dalla quotidiana polemica politica.

Eppure il mondo dell’agricoltura meriterebbe più considerazione e c’è da dire che – sotto la scorza di tutti questi cambiamenti – è possibile rintracciare comunque una linea del governo molto chiara tanto da poter dire, pur con le opportune cautele, che risultati ottenuti sono positivi e la direzione intrapresa è quella giusta.

Prendiamo ad esempio Luca Zaia. Arrivato al ministero con l’etichetta di uomo forte della Lega nella provincia di Treviso e nel Veneto, ha subito imposto una verve decisionista al suo mandato, puntando forte su sicurezza alimentare, controlli antifrode e certificazione dei prodotti territoriali e tipici del made in Italy. Da ricordare a questo proposito il suo disegno di legge sui farmer’s market che va nella direzione di incentivare la filiera corta nelle produzioni agricole di verdura e frutta, valorizzando le produzioni di qualità attraverso un rapporto sempre più diretto tra produttore e consumatore. Su tutto però, si ricorda il suo successo nel braccio di ferro con l’Unione Europea sulle quote latte, riuscendo a far “congelare” per l’Italia il meccanismo delle sanzioni a partire dal primo aprile del 2009, con cinque anni in anticipo rispetto agli altri partner europei. Che, tradotto in soldoni, significa, stando ai dati del Ministero, oltre 600.000 tonnellate di latte l’anno in più, per un valore di oltre 200 milioni di euro.

Dal canto suo, Galan, anch’egli veneto e proveniente proprio dalla presidenza della regione della Serenissima nell’inedita staffetta con Zaia, ha giocato con attenzione il delicato match del futuro dell’agricolura in sede europea, il vero e proprio campo dove si definiscono regole e, soprattutto, risorse.

Proprio in questo senso va ricordata la partita delle partite che si sta giocando sul piatto europeo, ossia la definizione di quella Pac (Politica agricola comunitaria) che accompagnerà e condizionerà fortemente il settore nel suo sviluppo dal 2013 fino al 2020. Un pacchetto non da poco se si pensa che – dalla fondazione dell’Europa ad oggi – si tratta del comparto che ha occupato la maggior parte dei finanziamenti europei, con una quota che arriva a toccare il 34% del bilancio totale. Per l’Italia si parla di circa 5,8 milardi di euro l’anno. Comprensibile come sia materia particolamente delicata. E come, oggi, con la crisi ben lontana dall’essere messa alle spalle e sulla spinta dei poteri forti, per la Pac soffi aria di ridimensionamento nelle modalità di intervento e nelle cifre.

Per questo va riconosciuto, in questo scenario tutt’altro che rassicurante per gli agricoltori e allevatori italiani, l’impegno del ministro a ricercare (e trovare) un piano condiviso dalla stragrande maggioranza dei soggetti nazionali interessati al futuro della Pac, quasi un unicum, in un settore dove la frammentazione è molto accentuata. Se a questo aggiungiamo l’approvazione della legge per l’etichettatura trasparente che intende dare al consumatore il massimo di garanzie sulla sicurezza alimentare, possiamo definire il bilancio certamente positivo.

Per questo, il terzo cambio alla guida del ministero lascia qualche perplessità e rischia di far perdere quella continuità d’azione che in questi casi e date le premesse era invece auspicabile. Certo, il ministro Romano nel suo discorso di presentazione alla Camera ha snocciolato una serie di linee programmatiche che poco si distanziano dalla direzione fin qui intrapresa dal Governo, declinata nelle 5 parole chiave “Qualità”, “Promozione”, “Certezza”, “Tutela”, “Competitività” e puntando allo sviluppo dei farmer’s market come modello e simbolo di ravvicinamento cittadino-produttore. Ma questo non chiarisce certo tutti i dubbi sull’opportunità di questo cambio in corsa e sulle ricadute che avrà per il settore.

Dietro a discorsi programmatici, linee d’azione e direttive ministeriali restano sempre sul piatto 4 grandi sfide che attendono da subito il nuovo ministro, visto che i prossimi mesi  saranno quelli decisivi per la definizione di tante questioni “di peso” che rimangono ancora aperte:

1) Su tutte c’è quella della Pac. Il grande obiettivo sarà quello di mantenere quantomeno le stesse risorse e gli stessi incentivi degli scorsi anni. Cosa non facile, visti i venti di tagli e di razionalizzazione che spirano sempre più decisi dalle parti di Bruxelles;

2) Sbloccare una volta per tutte il meccanismo di distribuzione dei fondi europei del Piano di sviluppo rurale (Psr) 2007/2013. Essi sono gestiti a livello regionale e presentano una situazione a macchia di leopardo sul territorio italiano con regioni virtuose che riescono a spendere i fondi destinati e altre che li bloccano o disperdono tra burocrazie ed inefficienze;

3) La tutela del Made in Italy. Se ne parla sempre in ogni settore. Ma qui è più urgente che mai, tra cereali a prezzi bassissimi che arrivano da ogni parte del mondo e carni importate a prezzo di saldo che mettono in difficoltà i nostri allevatori. Senza contare il versante delle frodi alimentari, che interessa i cittadini anche sotto il profilo sanitario;

4) Prendere una posizione chiara sugli Ogm. A livello internazionale nei prossimi anni ci sarà sempre più l’esigenza di aumentare la produzione di cereali, come riconosciuto da Onu e Fao. Questo fatto apre la strada ad un utilizzo massiccio di Ogm che garantiscono maggiore produttività. L’Italia ha una posizione ambigua sulla questione, delegando di fatto la scelta alle regioni. Una scelta forte sarebbe quella di dire no agli Ogm, privilegiando le colture di qualità e la diffusione del biologico, che sta incontrando sempre maggiore interesse da parte del cittadino-consumatore.

Su tutto, infine, c’è un’agricoltura che vuole riprendere a crescere e che dà tutto sommato dei segnali positivi;

1) Innanzitutto si registra, dopo anni di abbandono, un ritorno dei giovani verso l’agricoltura e l’allevamento, dovuto in parte alla crisi e in parte alle misure e agli incentivi (statali e regionali) per le nuove imprese giovanili;

2) A livello di opinione pubblica c’è una rinnovata attenzione alle tematiche dell’ecosostenibilità, delle produzioni biologiche, dei prodotti della terra e della sicurezza alimentare. La ricerca di una filiera corta, della conoscenza della provenienza di frutta e verdura, indicano una sensibilità nuova che può costituire un “humus”(è il caso di dirlo) positivo e importante per il rilancio del settore;

3) I dati Istat indicano per il settore primario, sui dati consolidati dell’intera annata 2010, un aumento del valore aggiunto dell’1 per cento, tracciando un profilo di una certa dinamicità del comparto, tenuto conto del periodo di congiuntura.

D’accordo, non sarà più il “settore primario” che abbiamo imparato a conoscere nei nostri trascorsi scolastici, però esistono ancora tanti buoni motivi per scommettere sulla nostra agricoltura.

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