Il Re è ancora vivo

By Redazione

maggio 6, 2011 Cultura

Sull’ultimo numero della rivista “The Atlantic” è stato pubblicato il racconto di Stephen King “Herman Wouk è ancora vivo”. Il racconto ha una genesi insolita. James Parker, editorialista dell’Atlantic per la redazione spettacoli, ha discusso con King su come è nato il racconto, sul processo creativo di King, sullo stato in cui versa il racconto breve in quanto genere narrativo e sui meriti rispettivamente dei Black Sabbath e degli Judas Priest come accompagnamento alla scrittura. Qui il testo originale dell’intervista che Irene Selbmann ha tradotto in italiano per i lettori di Notapolitica.

James Parker: Vuoi darci un’idea di ciò che c’è dietro al racconto “Herman Wouk è ancora vivo”?

Stephen King: Ogni hanno io e mio figlio Owen facciamo una scommessa sulla cosiddetta “follia di marzo”, il March Madness dell’NCAA, e lo scorso anno la condizione era che chi perdeva doveva scrivere una storia [con un titolo] a scelta del vincitore. E io ho perso. Anche se poi in realtà ho vinto, perché ne è venuta fuori questa storia, che mi piace moltissimo. Il titolo che lui mi diede per la storia fu “Herman Wouk è ancora vivo”, perché aveva appena letto un articolo che diceva che è ancora vivo e continua a scrivere, anche con i suoi 95 o 96 anni. Quindi ci ho pensato parecchio, credimi. Ci ho pensato parecchio. Il primo di aprile il torneo era già finito quell’anno. Ci ho riflettuto all’incirca fino a luglio. Perciò c’è stato un periodo di circa quattro mesi nel quale pensavo: “Che posso scrivere? Che posso scrivere?” Solitamente succede che ti viene un’idea e poi scrivi una storia – non succede che prima pensi ad un titolo e poi scrivi una storia che ci stia bene. Quindi è stata una cosa tutta al contrario. E la mia prima idea è stata quella di scrivere di un uomo che si trova in un istituto psichiatrico e che crede di poter mantenere certi scrittori in vita grazie al potere della sua mente. Doveva essere una storia quasi buffa, doveva esserci una lista di scrittori dei quali si era stufato e ai quali aveva permesso di morire.

JP:
Ha!

SK:
Come J. D. Salinger. Quando decide finalmente che J. D. Salinger non pubblicherà mai più un libro, pensa una cosa del tipo, “Fanculo! Si va avanti!”. Quindi ho avuto quest’idea. E poi un giorno una moto ebbe un terribile incidente a circa un miglio dalla nostra casa e un donna perse la vita. Poi sai come funziona, no? Un paio di giorni dopo iniziarono ad apparire i primi crocifissi e poi i fiori e cose del genere. Ho cominciato a pensarci un po’ su e questa [“Herman Wouk è ancora vivo”] è la storia che ne è venuta fuori.

JP:
Mi permetto di dirlo a Stephen King in persona, ma questo è un ambientazione molto alla Stephen King, no? Voglio dire, la scommessa, il titolo scelto per caso – se avessi scritto una storia su uno scrittore al quale succede una cosa del genere, allora la storia scritta da lui avrebbe avuto una sorta di potere profetico, o lo avrebbe in qualche modo catturato. Non credi?”

SK:
Non è una cattiva idea, effettivamente. Non lo è per niente. Mi piace.

JP:
In fondo hai scritto libri così, no?

SK: Sì, ho scritto qualcosa del genere, e sto pensando a qualcosa di simile proprio in questo momento. Ma adesso non voglio spifferare tutto. Questo è un tema piuttosto liberatorio, in effetti. Ti permette di allargarti un po’, di fare cose diverse. Per questo mi piace, mi piace molto. È venuto fuori che c’è davvero stato un incidente il giorno della Festa della Mamma nel Maine, circa sette anni fa. Alcune persone rimasero uccise, la maggior parte erano bambini. Sai com’è quando scrivi una storia o quando ti sta venendo un’idea. Ti trovi ad avere tanti elementi diversi da mettere insieme. È un po’ la vera magia di questo mestiere.

JP: E questo essere inclini alla suggestione, aperti alle coincidenze, questi colpi improvvisi che vengono dalla realtà e diventano parte della tua immaginazione – sono qualcosa che coltivi? O invece sono qualcosa che capita ogni tanto, di diversa intensità? Cioè, come funziona per te?

SK: Non credo si possa forzare. Credo che a volte hai come un… Sai, in questo caso io avevo un lavoro da fare. Abbiamo scommesso e dovevo andare fino in fondo, onorare la scommessa. Perciò credo che probabilmente il mio “io inconscio” stava cercando qualcosa alla quale attingere. Questo accade in modo quasi accidentale agli inizi della carriera, ma poi più scrivi più sei allenato a riconoscere i piccoli segnali. Ti faccio un esempio. L’altro giorno sono uscito verso la cassetta delle poste alla fine della strada e c’era un volantino lì, una di quelli che ti danno delle promozioni e ti fanno uno sconto di un dollaro su collutorio o qualcosa per truccarti eccetera. E sul retro c’erano alcune foto di bambini, bambini scomparsi. Diceva: “Mi hai visto?” E’ una cosa che butti via senza pensarci – lo prendi e neanche lo guardi. Io lo stavo guardando mentre camminavo verso casa e ho pensato: “E se ci fosse un tizio che prende uno di questi e una delle foto iniziasse a parlargli dicendo “Sono stato ucciso e sono seppellito qui, pin questo o quell’altro luogo, in una buca o infilato in un sotterraneo..”? E ho pensato: “Un tizio così, che riesce a trovare dei corpi, sarebbe il primo sospettato dalla polizia. Ed ecco che hai una storia”.

JP: Sì. Sì!

SK: Ecco più o meno come funziona.

JP: Ma le idee, o gli spunti, vengono ancora con lo stesso ritmo?

SK: No. Non credo. E in qualche modo è un sollievo.

JP: Te lo stavo per chiedere.

SK: Tempo fa, sembrava che le idee fossero ammassate come persone dentro un ascensore. A volte la mia testa era un posto molto rumoroso in cui stare. L’altra cosa che ti succede è che, mettiamo che tu stia lavorando su qualcosa e sta andando piuttosto bene, e ti vengono due o tre idee, e tutte insieme di urlano: “Dovresti scriverlo! Dovresti scriverlo!” E’ come essere sposati e all’improvviso sei circondato da donne bellissime. Devi restare fedele a quello su cui stai lavorando. Ma può essere scomodo.

JP: Quindi le tieni su un file a parte o…?

SK: No. Non scrivo mai le idee che mi vengono. Perché quando scrivi le idee, ciò che fai è immortalare qualcosa che dovrebbe andarsene. Se sono cattive idee, se ne andranno da sole.

JP: Quindi questa cosa tremenda dello scrittore che dice: “Oh, avevo una splendida idea ma l’ho dimenticata!” – non ti si addice.

SK: No. Perché non era una grande idea. Se non riesci a ricordarla, era una pessima idea.

JP: Bene. Veniamo alla storia. L’ho letta oggi. È un bel pugno nello stomaco. Non avrebbe potuto essere altro che un racconto. Vero?

SK: Sì, credo che potesse essere solo un racconto. L’incidente in moto mi ha fatto pensare a quel terribile incidente avvenuto il giorno della Festa della Mamma – queste due donne che si stavano dirigendo a nord con questo gruppetto di bambini, ed è stata questione di otto o nove fatalità che si sono susseguite. Poi il camioncino andava a più di cento miglia all’ora e nessuno da il motivo. Capisci? Stavano discutendo? Forse erano al cellulare? L’alcol non c’entra niente. A volte penso che scriviamo una storia per tentare di capire che cosa è successo, per noi stessi.

JP: Una delle cose che sembrano piacerti è il mischiare, o meglio far scontrare, diverse
categorie di esperienza.

SK: Cose della vita.

JP: Esatto. Cioè, qui abbiamo questi due poeti che hanno entrambi avuto una vita ricca e piena, anche se ora leggermente in sordina. E poi queste due donne distrutte…

SK: Ti spiego cosa ho voluto fare. Hai due persone, due intellettuali, che hanno costruito una carriera sull’uso del linguaggio per esaltare l’esperienza umana. Questo, per me, è ciò che fa la poesia. Prende la vita di ogni giorno, le cose per come le vediamo, le le concentra tutte in una gemma meravigliosa. Questo è quello che fanno quelli bravi. Quando a farlo è un Philip Larkins o un James Dickeys, ti consegna una realtà accresciuta, ti dice la realtà è più bella e più misteriosa di quanto potremmo mai riuscire ad esprimere. Ed è il motivo per cui abbiamo bisogno della poesia. E poi dall’altra parte hai queste due donne, le cui vite sono esattamente l’opposto della poesia. Sono ai marigini, invisibili. Hanno questa vita disperata e a me sembra che quando si guardano negli occhi e prendono questa tacita decisione di farla finita, non solo per loro ma anche per i loro figli, che altrimenti sarebbero condannati ad odiare la vita proprio come loro, sia quasi una poetica epifania. Quel momento. La loro morte è una specie di poesia. Una poesia terribile, perché è una decisione terribile. Nessuno dice che suicidarsi sia la cosa giusta da fare. Ma se leggi il racconto, e ti suscita qualcosa, puoi dire: “Beh, forse in quel momento per loro era l’unica cosa giusta da fare”.

JP: Ti dirò cosa mi ha suscitato. Negli ultimi due paragrafi, le lacrime uscivano da sole. Ma ho capito che, stranamente, non era per la loro morte che piangevo. Era per il coraggio del vecchio poeta, barcollante.

SK: Ah, sì. Adoro quel momento lì. Ho pensato: “Questi sono poeti. E i poeti, per come la vedo io, e credo la maggior parte delle persone, riescono a parlare il linguaggio di Dio. È migliore, è più bello, è su un piano superiore rispetto a quello che la gente parla tutti i giorni o rispetto a quello che queste donne e i loro figli sono abituati a parlare. E in quel momento questa vecchia poetessa si gira dice: “Ma che cazzo è?” Perchè non puoi dire altro. La poesia va in pezzi. In questo senso non è un racconto molto divertente. La donna sta quasi dicendo: “Non c’è un linguaggio che possa descrivere quanto è terribile tutto questo”.

JP: Ma dall’altra parte, sono ancora presenti sulla scena, i poeti. Voglio dire, sono testimoni di ciò che accade…

SK: Esatto.

JP: Ecco, questo mi ha conquistato. Che in quel momento non ci sono parole, ma forse in seguito…

SK: Non sono molto bravo ad analizzare il mio lavoro, ma penso che probabilmente questo è un qualcosa che nessuno dei due racconterà mai nelle sue poesie. Perchè è al di là della poesia. La nega, quasi. Ma penso sia difficile analizzare troppo in un racconto, poi il lettore si perde.

JP: Non so. Penso che se entri così duramente nella mente del lettore, poi lo lasci lì con pensieri di ogni sorta e cose su cui riflettere, giusto?

SK: Sì. Ma la fiction che funziona, a mio parere, funziona prima su un ivello emotivo e poi su quello intellettuale. Se dici che ti uscivano le lacrime, anche metaforicamente parlando…

JP: No, no erano vere.

SK: Oh…

JP: Ho proprio piagnucolato un po’.

SK: (ride) Ottimo. Beh, James, era tutto inventato.

JP: Martin Amis ha detto che lo scrittore muore due volte. Prima il talento e poi il corpo, o qualcosa del genere. Questo racconto lo smentisce. Herman Wouk scrive ancora!

SK: Senza dubbio. Ed è il motivo per cui i poeti sono anziani in questa storia. Volevo poter dire: queste persone sono state giovani e piene di vita.

JP: Questo mi è piaciuto molto. Il fatto che lui avesse queste spalle larghe, un dettaglio che mi è davvero piaciuto.

SK: Qualcosa come i Beat che uscivano da San Francisco, volevo che sembrassero così. E l’idea del tempo che passa, il fatto che lui sia un uomo così magro e abbia avuto tutte queste amanti. Ma la cosa importante è che lavorano ancora, e Herman Wouk lavora ancora. Sai, ricordo distintamente che circa 10 o 12 anni fa ero in una libreria nella mia città, nel Maine. Stavo dando un’occhiata al banco delle nuove uscite e ho visto questo libro, A Hole in Texas, di Herman Wouk. Ero praticamente basito! Ho pensato: “Questo è un eroe! Lavora ancora!”

JP: Più in generale, sei ancora pessimista riguardo al racconto come lo eri in quel saggio sul New York Times?
SK: Beh, insomma…

JP: Oppure quello era solo un momento un po’ nero?

SK: Sicuramente era un momento un po’ nero. Dipende da chi legge i racconti. Io vedo le cose dalla prospettiva del lettore di racconti che ero a 8 o 9 anni. In quel periodo c’erano ovunque riviste che pubblicavano racconti. Erano così tante che nessuno riusciva a starlgi dietro. Era come una bocca affamata che gridava: “Nutrimi! Nutrimi!” Solo il genere pulp, il pulp da 15 o 20 centesimi, pubblicava qualcosa come 400 storie al mese, senza contare i cosiddetti slicks, sul Cosmopolitan, l’American Mercury. Tutte queste riviste pubblicavano racconti. E iniziò a prosciugarsi il mercato. Ora conti sulla punta delle dita il numero di riviste che non sono piccole e settoriali che pubblicano la narrativa breve. Ho semore sentito di voler scrivere per un pubblico vasto. Penso sia una cosa rispettabile da fare, così come penso sia rispettabile dire “ho qui qualcosa che piacerà solo ad un pubblico selezionato”. Ci sono piccole riviste che fanno questo tipo di pubblicazioni. Ma un sacco di gente che legge queste riviste vuole solo vedere cosa cosa pubblicano, così da poterci pubblicare i propri racconti.

JP: Esatto.

SK: E’ una cosa generalizzata, no? Non vedi gente in aereo con le loro riviste piegate e aperte sulla settima puntata del nuovo di Norman Mailer. Ovviamente lui è morto, ma era così per dire. Tutti questi e-books e roba elettronica stanno confondendo le acque. Oscurano il fatto che la gente semplicemente non legge la narrativa breve. E quando non sei più abituato a farlo, perdi la mano, perdi la capacità di sederti per 45 minuti, come potresti fare con questo racconto, e passare un momento piacevole.

JP: Darti una scossa

SK: Una piccola scossa! Esattamente.

JP: Però è strano, se ci pensi, ci raccontano di questa cosa, che tutto sta accelerando, che perdiamo la capacità di concentrazione e cose di questo genere. Ma la gente piuttosto che concedersi una piccola emozione con un racconto, si va a leggere romanzi da 400 pagine…

SK: E ci sono un sacco di questi romanzi che nascono veramente per essere usa e getta. Quando vedo i libri di questi scrittori di suspense che vanno di moda adesso, mi dico: “Questi sono fondamentalmente libri per gente che non vuole leggere per niente”. Gente di passaggio. È come una roba da fast-food, che va per direttissima dalla bocca all’intestino, senza che  abbia neanche il tempo di nutrire almeno una parte di te. Non voglio fare nomi, ma sai a chi mi riferisco.

JP: Senti ancora la musica quando scrivi?

SK: Ora la sento quando riscrivo. Non quanto creo. Non posso. Ho perso la mia abilità nel multitasking!

JP: Sentivi i Metallica, giusto?

SK: Metallica, Anthrax. Li sento ancora. C’è una band, i Living Things, che mi piace parecchio. Fa molto casino. Non mi è mai piaciuto molto Ozzy.

JP: Io ho la fissa per i Black Sabbath.

SK: No, no. Non fanno per me. “I AM IRON MAN”

JP: Non ti si addice.

SK: No. Adesso mi piacciono i Judas Priest.

JP: Li adoro i Judas Priest.

SK: Hai mai sentito la loro cover di “Diamonds and Rust”?

JP: Sì, molto bella. Ora: nella tua piena maturità…

SK: (ride) non mi sento molto maturo.

JP: …qual è la parte che preferisci nel processo creativo?

SK: E’ ancora il momento in cui ti siedi dopo una bella giornata e ti succede qualcosa che non ti aspetti. E quindi parti, ti butti sul materiale. Adoro quando succede.

JP: Succede spesso?

SK: Non riesco più a stupirmi come prima. Ma abbastanza spesso da capire quando succede. Nel nuovo libro, che ho chiamato 11/22/63, stavo scrivendo di uno spettacolo scolastico e poi sono partito. Mi sono divertito molto.

JP: Come ci si sente ad avere un libro da scrivere in testa?

SK: Non ho mai iniziato un libro che mi aspettavo di concludere. Perchè sembra un obiettivo troppo grande per un piccoletto come me. Thomas Williams, conosci il suo lavoro?

JP: No, non lo conosco.

SK: Era uno scrittore splendido, splendido. Scrisse un romanzo chiamato The Hair of Harold Roux, che è uno dei miei libri preferiti. Parla di uno scrittore, Aaron Benham. Benham dice che quando si siede a scrivere un libro è come stare in una vasta, buia pianura con soltanto un piccolo fuoco. E poi qualcuno arriva e ci si mette accanto per scaldarsi. E poi arriva ancora più gente. E quelli sono i personaggi del libro. Il fuoco è la tua ispirazione. E loro la alimentano, diventa grande, fino a che poi si spegne e il libro finisce. È sempre stato così per me. Quando cominci, è freddo. Un’impresa impossibile. Ma quando i personaggi iniziano a prendere vita, o la storia ha una sterzata improvvisa che non ti aspetti…con me questo succede molto spesso perchè non seguo schemi. Ho solo una vaga idea di ciò che sto per fare. Quindi è sempre stato come se fosse qualcosa che scopro man mano, niente di preparato. È eccitante. È divertente.

JP: Come trovi l’energia?

SK: Non so. Mangio tre volte al giorno, dormo otto ore a notte. Leggo molto. Amo ancora quello che faccio, questa idea di inventare cose. Le ore in cui scrivo sono preziose per me.

[traduzione di Irene Selbmann]

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