Il Terzo Polo è De Magistris

By Redazione

maggio 5, 2011 politica

Parli di cose partenopee e quasi non puoi fare a meno di essere toccato da quel senso di tragica drammatizzazione del reale che è caratteristica peculiare dello sguardo denso e divertito della gente che popola le strette e tribolate vie che si snodano all’ombra del Vesuvio. Napoli, con i suoi strascichi di mala amministrazione, di monnezza, di eterno sospetto di voti pilotati dalla camorra su questo o su quel candidato. La Napoli di Saviano e dei Casalesi, di Caldoro e della Iervolino, del laicissimo “rinascimento” bassoliniano e del sangue di San Gennaro che si scioglie sotto gli occhi insieme scettici e adoranti di un popolo visceralmente attaccato alla propria tradizione e al proprio vissuto.

Il capoluogo campano è anche l’unica municipalità in vista di rinnovo in cui la competizione tripolare sembra reale. E non c’entra nulla l’Udc, né tantomeno una Futuro e Libertà che proprio nella sua costola partenopea ha maggiormente evidenziato le difficoltà di elaborazione di una strategia di alleanze strutturalmente organica.

Tra il Pdl Lettieri e il Pd Morcone si è infilato l’outsider che non è tale, quel Luigi De Magistris che si fa amare per lo stesso motivo per cui si fa odiare. L’autore di inchieste al vetriolo contro il Palazzo, i poteri forti, l’establishment. Spesso risoltesi in una bolla di sapone, ma in grado di imprimergli quella carica antipolitica che ha costituito anche il suo più grande capitale politico, concretizzatosi in una valanga di voti alle ultime europee.

Strasburgo, fondendosi con la sua popolarità mai tramontata, al netto delle polemiche con chi batte il suo stesso spicchio del campo su cui seminano i partiti – da Travaglio a Grillo, che pure hanno contribuito alla costruzione narrativa dell’aura dell’ex pm – è stato il buen retiro che, unico nella variopinta selva in cui fioriscono i Donadi ma anche gli Scilipoti, gli ha consentito di mettere in discussione l’onnipotenza di Di Pietro all’interno del suo stesso partito.

Poteva solo essere Napoli il palcoscenico della sua entrata, a piedi uniti, nella politica italiana. La Napoli degli ultimi quindici anni, vessata da un governo locale quasi impotente di fronte al caos che sembra essere diventato la trama quotidiana della gestione della cosa pubblica. Sommersa da cumuli di monnezza che hanno appestato le narici, esasperato gli animi e trascinato al governo della Regione un signore la cui presenza scenica sembra più alimentata dai brunch del Rotary locale che non dai babà dei bar di Posillipo.

Una città che ha reagito al ventennio all’ombra della Quercia portando il Pdl di Caldoro ad un trionfo che se lo immaginavi solo cinque anni fa ti avrebbero preso per pazzo, ma che sembra già essere delusa da un cambiamento che non si è rivelato tale.

Non potevano essere i tecnicismi politicanti del Terzo polo ad affascinare il tessuto popolare di una città sentimentale e impregnata di una cinica ironia. Gente che prova a dire che “Montezemolo e Marcegaglia colmano la distanza tra la gente e la politica” da queste parti, se gli va bene, riceve solo pernacchie.

E il combinato esplosivo di una tornata di primarie fallimentare, che, prestando il fianco – ma nemmeno troppo – all’epica partenopea della narrazione delle cose, potrebbe aver segnato la fine dell’esperimento del Pd, e di un candidato di centrodestra che fatica a scaldare i cuori, ha aperto la strada al tribuno De Magistris.

Uno la cui forza si basa su un robusto consenso personale, su un fascino magnetico che fa leva sul sentimento di ripulsa nei confronti dei politici politicanti. Ritrovarsi alle prese con i compromessi delle scartoffie uno che oggi ti dice che quelle stesse carte dovrebbero andare al macero, che bisogna pensare a come far mettere insieme il pranzo con la cena alla gente di Scampia, a come attoppare quella maledetta buca che è diventata negli anni una voragine, è un problema di domani.

Oggi De Magistris è la speranza di chi crede che tutto fa schifo, che la “soluzione del problema” (vecchia formula sempreverde, che ha un che di metafisico nel suo contenere tutto e nulla allo stesso tempo) sia spazzare via quel che c’è stato finora, rosso, bianco, nero o azzurro che sia.

Una speranza che, almeno ad attaccare l’orecchio alle notizie che provengono dagli ippodromi clandestini, sta sempre più irrobustendo le sue possibilità di realizzarsi. Anche perché la forza del dipietrista anomalo è annidata anche nella debolezza dei competitor della sua area. Quelli di un Pd che dopo anni di strutturale e strutturato governo dell’amministrazione locale, si è fatto spazzare via in un battibaleno, subendo in un colpo solo la caduta in disgrazia di Bassolino e lo sgretolamento progressivo di una Iervolino che, buona giocatrice di squadra, probabilmente non aveva le spalle per caricarsi da sola del peso di tutta la baracca.

La balcanizzazione delle primarie ha fatto il resto, con stracci volati fuori dalle finestre delle sedi del partito, tra candidati che, riprendendo oggi le dichiarazioni di qualche mese fa, nulla hanno da invidiare ai comunicati al vetriolo che si scambiano Tripoli e Bengasi. Il vertice ha poi deciso di non decidere, né consacrando il vincitore (bassoliniano) zittendo gli agitati avversari, né mettendolo alla porta con il marchio di truffatore, imponendo un terzo candidato. Sul quale, tra il fumo di sigaretta e le sedie di plastica delle sezioni che ancora inalberano orgogliose la quercia, il commento lusinghiero è stato “ma chi cazz’è?”.

De Magistris lo sanno benissimo chi è, glielo hanno raccontato per mesi i giornali. È quello che ha combattuto dalla procura i potenti, che ha provato a fare chiarezza sul malmostoso connubio tra politica e soldi, che ha gettato fango sulle ipocrite facce dei governanti, che li ha rigorosamente inquisiti e giustamente bastonati a mezzo stampa. Se poi le scartoffie della politica, come già è successo con quelle della procura, lo seppelliranno, non è affare all’ordine del giorno. Ci si potrà tranquillamente pensare da domani.

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