AAA, cercasi Grand Old Party

By Redazione

maggio 5, 2011 Esteri

L’appuntamento era prefissato da tempo. Il 4 maggio 2011 alla biblioteca della fondazione Ronald Reagan, Simi Valley (California), sarebbe dovuto iniziare il dibattito repubblicano in vista delle primarie presidenziali del 2012. Ma non è stato così. Incontro ufficialmente spostato a settembre, causa mancanza di un numero considerevole di candidature anti-Obama. Come in una squallida riunione di condominio in cui non si è riusciti a raggiungere il numero di millesimi necessari ad iniziare l’assemblea, in questo caso c’è penuria di aspiranti presidenti.

Oramai da settimane iniziano a circolare nomi, ma da Sarah Palin a Ron Paul, e da Tim Pawlenty a Donald Trump (sì, lui), le proposte del GOP non sono in grado di competere con il Presidente Obama. Dopo la cattura e l’uccisione del nemico numero uno dell’Occidente Osama Bin Laden, la situazione sembra essersi ribaltata a favore del Presidente. L’ondata rossa delle elezioni di mid-term del 2 novembre 2010 che travolse l’amministrazione democratica e incassò un clamoroso successo elettorale, il più grande dal 1946 (sia per voti , che per seggi strappati ai democratici ), sembra essere diventato un lontano e sfocato ricordo. Per Obama quella sconfitta è risultata essere una scossa salutare, per i repubblicani un insperato e spiazzante (più del dovuto) plebiscito.

Il Presidente Obama da allora ha cambiato approccio sia in politica interna, cercando un dialogo con l’opposizione; sia in politica estera, cercando di rendersi protagonista nel delicato scacchiere geopolitico mediorientale (sotto un segno discontinuo di multilateralismo, rispetto alla passata amministrazione Bush) e all’interno della “primavera araba”.  L’appoggio militare all’Europa nell’iniziativa libica anti-Gheddafi però non ha convinto i cittadini statunitensi; scettici a tal punto da far risultare il livello di approvazione inferiore al 50%, mai così male dal Vietnam. Tuttavia, come spesso succede ai grandi giocatori di poker, nella mano più delicata è entrata la carta giusta. L’uccisione di Osama bin Laden ha sbancato il jackpot. Ha giustamente messo in luce l’ottimo operato dell’intera amministrazione democratica proprio in quella politica estera un po’ zoppicante, in cui l’interruzione della guerra unilaterale al terrore di Bush non aveva finora portato a nessun risultato degno di nota (ad eccezione di un Premio Nobel per la Pace alle intenzioni, ricevuto dal Presidente USA nel 2009.)

Il GOP ora non può far altro che congratularsi con Obama per un successo che è di tutti gli Stati Uniti d’America. In una sola mano il partito dell’elefantino ha perso tutto il tesoretto accumulato e ora si lecca le ferite. Ad oggi però, non era comunque riuscito ad incanalare la spinta dal basso verso una o più candidature di livello.  Anche le più promettenti giovani leve e le personalità più carismatiche del partito hanno iniziato da tempo a smarcarsi da una nomination che sembra oramai essere diventata una sorta di catena di Sant’Antonio, da passare ad altri per non ricevere maledizioni. Da Chris Christie a Bobby Jindal; da Rick Perry a Marco Rubio, infatti è una gara a chi risponde più velocemente: “no, thank you”.

Le divisioni all’interno del partito sono nette, e lo sono da tempo. Ma il fenomeno Tea Party, che ha portato in piazza negli ultimi mesi centinaia di migliaia di persone contro la riforma sanitaria Obama e contro l’incremento della spesa pubblica, ha compattato la base del partito repubblicano, “offesa” dalla voglia di socialismo all’europea dell’amministrazione Obama e ha spinto al successo i repubblicani nelle elezini di mid-term del novembre scorso. E’ evidente quindi che quando si marcia uniti, si è capaci di raggiungere ottimi risultati.  Un risveglio nato un po’ per caso, grazie alla figura carismatica e popolare di Sarah Palin nella campagna presidenziale del 2008. Un pieno di entusiasmo e successi, che non è stato evidentemente però tradotto finora dal partito in un progetto valido in vista delle presidenziali 2012.

Quello che non passa inosservato è la mancanza di idee chiare e di un programma alternativo a quello democratico in economia. Il tallone d’Achille del Presidente Obama è infatti la riforma sanitaria mal digerita dalla maggioranza degli americani, che continua a preferire il libero mercato (secondo l’ultimo sondaggio Rasmussen il 51% degli americani crede alla concorrenza come antidoto ai rincari assicurativi, il 31% ritiente giusta una regolamentazione statale, il 18% non sa).  Ed è evidente che si dovrebbe puntare ad un piano di sviluppo diverso da quello democratico, che ha la grande colpa di aver aumentato la spesa pubblica, facendo crescere fino a 14mila miliardi di dollari il debito statale.

Se si vuole arrivare quindi alle presidenziali del 2012 con una candidatura capace di strappare la rielezione ad Obama, ne deve passare di acqua sotto ai ponti. Soprattutto se si pensa che, nella scorsa tornata elettorale, le candidature alle primarie democratiche di Hillary Clinton e Barack Obama erano già in piedi 21 mesi prima del voto. Alle presidenziali 2012 ne mancano 18 di mesi. E in lontananza non si scorge nulla di diverso dal déjà vu di un Obama sorridente che giura sulla bibbia di Abramo Lincoln.

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