La coda di paglia del Pakistan

By Redazione

maggio 3, 2011 Esteri

C’è un episodio apparentemente minore, o di contorno, diciamo “culturale”, ma invece molto significativo della coda di paglia della classe dirigente pakistana nel caso Osama. A fine ottobre quando venne al festival del cinema di Roma per presentare “Bhutto”, il film documentario sulla madre e sul complotto che ne portò all’uccisione, il figlio di Benazir, Bilhawal, si rifiutò categoricamente di rispondere alle domande dei giornalisti che potevano portarlo su un terreno molto scivoloso. Stessa cosa fecero i produttori del film, tra cui un ex amante della ex premier, che si rifutarono di replicare a chi scrive. Anzi lo fecero in malo modo, a proposito del “lato B”, mancante nella pellicola: le complicità degli apparati statali pakistani con al Qaeda e il jihadismo internazionale. Sapete come risposero? Così: “Il Pakistan ha perduto 4 mila vite nella lotta al terrorismo internazionale”. Mai usare la parola islamico. Un po’ come i post comunisti quando li accusano delle passate e ambigue contiguità con le Br: si rifugiano sempre dietro il cadavere di Guido Rossa. E mai usano la parola “sinistra” per descrivere il terrorismo italiano di quella matrice. E di quell’epoca.

Di lì a poco i giornali stranieri, con un mese di anticipo come al solito su quelli nostrani, parlarono dell¹incriminazione di Musharraf. E oggi il quadro dei sospetti è ancora più delineato. Forse manca la pistola fumante, ma poco importa. Per usare le parole di Edward Luttwak, vera e propria sibilla della geopolitica statunitense, “il fatto che Osama bin Laden sia stato trovato in una grande casa, lussuosa per il luogo in cui sorge, in una città dove i pachistani vanno per ristorarsi e riposarsi, prova finalmente che è stato protetto dai pachistani”. E da oggi gli Usa potrebbero cominciare a stringere i cordoni degli aiuti economici a Islamabad. Infatti , il mirino si sposta: dopo, e oltre, gli stati canaglia quelli traditori. E il Pakistan, con l’epilogo della vicenda di Osama bin Laden, è decisamente uno considerato tale dagli Usa. Che sono riusciti finalmente nell’impresa di uccidere lo sceicco del terrore, al netto delle modalità esatte che forse non sapremo che fra qualche decina d’anni, solo quando hanno evitato di avvertire l’Isi, cioè i servizi di sicurezza di Islamabad, di quanto bolliva in pentola. E sarà un caso che il deposto dittatore Parvez Musharraf, accusato più volte in passato di avere fatto il doppio gioco con la jihad e attualmente in predicato di venire giudicato per complicità con gli attentatori di Benazir Bhutto, parli di “ingerenza negli affari interni del Pakistan” e di “violazione della sua sovranità nazionale”?

Di fatto la cittadina di Abbottabad, 150 chilometri a nord della capitale pakistana Islamabad, era il luogo scelto da Osama bin Laden per il suo ultimo rifugio. La residenza fortificata era a meno di un chilometro dall’accademia militare pakistana, dove si formano gli ufficiali di un esercito teoricamente impegnato anche nella lotta alla galassia qaedista. Inoltre la ridente cittadina è anche un posto di villeggiatura per gerarchi di regime. Come se avessero preso Matteo Messina Denaro in una casa a Taormina. La cattura e l’uccisione di Bin Laden in territorio pakistano rivaluta anche le azioni sino a ieri assai basse del presidente dell’Afghanistan Amid Kharzai, che da tempo insisteva con gli americani indicando la luna pakistana (mentre alcuni imbecilli guardavano il dito). Certo, Karzai resta un uomo parzialmente affidabile, forse corrotto, sicuramente coinvolto nel traffico d’oppio. Però su bin Laden la sapeva lunga. Farzana Shaikh, un’esperta pakistana del think tank “Chatam House” di Londra, ha detto che la morte di Osama bin Laden conferma i “peggiori sospetti sulla complicità del Pakistan con il leader di al Qaida”.”Il fatto che non fosse in una gabbia ­ aggiunge – ma al centro di una accademia che rappresenta l’establishment militare pakistano, è profondamente imbarazzante per la leadership politica e militare del Pakistan”. Appunto.

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