Guerra elettorale

By Redazione

maggio 2, 2011 politica

Le schermaglie in corso tra la Lega e il Pdl sulla questione libica hanno un sapore marcatamente elettorale. Ma ci si potrebbe inganna. Il voto al quale si guarda non è quello di una presunta tornata nazionale che scaturirebbe da una crisi di governo innescata dalla politica estera. L’attenzione è piuttosto rivolta alle amministrative di metà maggio, il cui esito è monitorato con molta attenzione dagli stati maggiori dei due partiti.

E se il Senatùr ha minacciato di staccare la spina nel caso in cui il Popolo della Libertà non aderisca completamente ai sei punti posti dalla Lega nella mozione parlamentare che verrà discussa oggi, le sue parole hanno piuttosto il sapore di una forzatura verbale che quello di una minaccia reale. Nonostante il quadro politico abbia intrapreso negli ultimi anni direzioni schizofreniche e difficilmente prevedibili nella loro evoluzione quotidiana, provocare una crisi al buio a quindici giorni dalle locali e senza la possibilità di andare a votare prima dell’autunno sembra un azzardo troppo rischioso anche per Bossi.

Il Carroccio ha l’esigenza di tranquillizzare la propria base elettorale. Chi vota Lega, come abbiamo già spiegato su queste pagine, tende ad interpretare un maggior coinvolgimento dell’Italia in Libia come una delle cause che contribuiscono ad irrobustire il flusso degli immigrati che attraversano il Mediterraneo sulla direttrice sud-nord.

Lo stato maggiore dei lumbard ha l’esigenza mediatica di far passare il compromesso che si troverà con gli azzurri come un proprio successo politico. D’altra parte sa bene che sugli impegni internazionali assunti con la Nato il governo, del quale anche gli uomini di Bossi fanno parte, ci si gioca la faccia. Di qui l’esigenza di alzare i toni e restituire l’immagine di un partito che, a fronte dell'”esodo”, come ancora ieri lo ha definito Maroni, intraprende tutte le azioni necessarie per interromperlo, anche entrando in contraddizione con l’azionista di maggioranza dell’esecutivo.

Una strategia dunque con gli occhi rivolti più ai municipi che non a Tripoli. Al punto che, nel Terzo Polo, c’è chi, come Bocchino, parla esplicitamente di apertura di crisi di governo. Ma a prevalere, dopo un’iniziale speranza in tal senso, è la cautela espressa a chiare lettere da Buttiglione qualche giorno fa: “Dei proclami di Bossi c’è poco da fidarsi”.

A via dell’Umiltà, intanto, è allo studio la strategia per far passare una decisione assunta in forza dei canoni della realpolitik come una scelta che ridia smalto all’immagine del governo. L’esecutivo ha probabilmente sbagliato a non parlare subito chiaro: “Bombardiamo la Libia perché all’Italia occorre che il dirimpettaio nel Mediterraneo riacquisti una sua stabilità. Cosa con Gheddafi non più possibile”. Probabilmente alla Lega verrà concesso il suo successo di facciata, mentre i ministri La Russa e Frattini stanno investendo sulla costruzione di un’immagine del governo in stretta sintonia con l’altra sponda dell’Atlantico e capace di investire spavaldamente capitale politico – dopo le circonvoluzioni delle settimane scorse – in complicate scelte di relazioni internazionali. Il tentativo è quello di restituire un’immagine di solidità all’esecutivo al di là di quelle che vengono derubricate come le scaramucce della politica interna.

L’uccisione di Bin Laden è un ulteriore e inaspettato tassello nella costruzione di una strategia che pare stia lentamente funzionando. Non a caso Frattini ha affermato che l’uccisione del capo di Al Qaeda “premia anche gli sforzi compiuti dall’Italia”. Dichiarazione resa guardando un po’ a Milano e un po’ a Napoli, piuttosto che a Islamabad e a Washington.

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