Una sinistra in cerca d’autore

By Redazione

maggio 1, 2011 politica

Desta sempre una certa perplessità l’idea del ‘nuovismo’, del cambio del look e o del personaggio del momento in politica. Sarebbero preferibili le cose sicure che hanno una tradizione e che possano essere ammodernate, possibilmente, con la mentalità e la passione di una nuova classe dirigente di sinistra. Una classe dirigente invece, che sembra fuggire, sempre e comunque, dal proprio passato. Servirebbero invece delle persone che diano un significato adatto ai tempi ad un messaggio antico. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti. Vogliamo allora ricordare cosa vuol dire essere di sinistra per le nuove generazioni? Essere per un mondo più giusto, equo, solidale e libero e dare speranza di emancipazione universale.

Viviamo un distacco totale tra classe dirigente e popolazione. Ernesto Galli della Loggia nel suo editoriale sul CorSera (La frattura culturale del 20 Aprile 2011)  ha cercato di focalizzare il problema della lontananza culturale in Europa (in particolare e soprattutto in Italia) tra élite e pensiero popolare. Dice Della Loggia che “le élite sembrano incapaci di intendere e ancor più di soddisfare le esigenze popolari. Queste non si rendono conto che negli ultimi decenni, sia pure inavvertitamente, hanno privato le masse popolari della sola cultura che insieme al socialismo era valsa ad integrare le masse suddette nell’universo della modernità e nella prospettiva dell’emancipazione: la cultura della nazione”.

Qui c’è il punto nodale della questione. L’editoriale avvalora l’analisi fatta dal politologo Marc Lazar. Per Lazar infatti l’elettorato di sinistra, in questo caso del maggior partito, il PD, sarebbe formato non dalle nuove generazioni ma dalle “persone che sceglievano il PCI un tempo, del centro Italia, legate a categorie precise del settore pubblico, istruite, che abitano nelle grandi città, hanno più di 50 anni e non vanno a messa”. Per concludere secondo il politologo francese si sarebbe perso “il contatto con i ceti popolari, coi giovani precari che rappresentano un tema cruciale”.

Allora perché si è dovuto eliminare la cultura del socialismo, che era il solo vettore per le aspirazioni delle masse popolari per la propria emancipazione? Anche se fosse andata così, cosa ha fatto la classe dirigente per ripristinare un sentire comune tra partiti e popolo?

La sinistra oggi non sembra convinta dei suoi mezzi e sicura del proprio passato. Esiste un abisso: mentre Fini ha una visione della politica ben netta, cioè di una destra, nazionalista ed europea q.b., non vedo la stessa tendenza a sinistra di un allineamento alle grandi famiglie partitiche europee con le relative politiche sul lavoro e sui giovani. Per meglio spiegare, mentre la Aubry (PSF) in Francia propone una quota minima di giovani che devono essere inseriti nelle aziende francesi come programma per le prossime politiche, cosa propone la sinistra italiana per essere popolare, per entrare in sintonia con il nuovo elettorato? Gli strali contro Berlusconi non indichino ‘la via italiana al socialismo’ come si diceva un tempo.

Credo che la sinistra non sia conscia dell’enorme prateria politica e culturale che ha davanti dopo la crisi finanziaria e la paralisi del governo Berlusconi nell’affaire Libia. Non mi convince soprattutto se ancora declina se stessa nelle forme della sinistra variopinta, indistinta e volta solamente a prendere un elettorato di opinione, sia nella sua versione moderata-liberista (PD) che nella sua versione sinistra radicale nuova ed arcobaleno (SEL). Il discorso qui si potrebbe  scindere perché il problema che ha SEL non lo ha il PD: SEL è un leader con un movimento senza la struttura del partito dietro, mentre il PD è un partito di amministratori ben strutturato ma senza un’anima politica. Può davvero risolvere il problema della sinistra italiana un leaderismo poetico di sinistra (SEL) e un moderatismo spinto per cercare i voti tra i cattolici (PD)? Io credo che il tempo per scegliere chi difendere e cosa difendere è adesso, durante la crisi economica. La sinistra in Italia, per i motivi che ho citato sopra, ha l’occasione più unica che rara di rifondare le proprie ragioni, proprio perché è indistinta e confusa, per creare quello che in Europa chiedono alcune correnti dei partiti socialisti e socialdemocratici: ripensare criticamente gli obiettivi strategici sia della sinistra europea che dell’Unione Europea e delle sue istituzioni per essere l’Europa dei cittadini. L’analisi critica non può avvenire solamente a livello nazionale, ma serve una condivisione di valori e di idee con i partiti simili in Europa, uno spazio unico europeo dove la sinistra può contare per influenzare le strategie comunitarie. E’ qui che non capisco più la sinistra italiana. Quello che lascia perplessi è che in queste forze, SEL e PD intendo, esiste ancora un forte pregiudizio verso il PSE (Partito del Socialismo Europeo), cioè quell’ampia unione di partiti di sinistra e di movimenti laburisti, socialisti e socialdemocratici che sono gli eredi del movimento operaio europeo e del compromesso socialdemocratico poi. Un movimento che in Europa ha da molto tempo la vocazione maggioritaria e di governo e che influisce, nel bene e nel male, nelle politiche comunitarie. Un PSE che poi da mesi (dalla vittoria di Ed Milliband con il Labour Party)  ha avuto una riconversione del suo orientamento politico a favore di politiche prettamente re-distributive e della teoria stiglitziana dell’esistenza dell’azione regolatrice statale nel mercato per salvaguardare i cittadini-lavoratori. In questo modo la sinistra europea si è lasciata alle spalle le teorie liberiste che hanno dato il via al turbo-capitalismo e alle crisi finanziarie. Ritornando al ragionamento di Lazar, “cosa vuol essere la sinistra italiana, vuole entrare nel PSE o no”? Vuole entrare in questo dibattito o è ancora presa dall’antiberlusconismo fine a se stesso? Un dibattito che tra l’altro in Italia ha avuto pochissimo eco.

Mentre in SEL il dibattito a livello intellettuale si è avuto con alcuni del gruppo dirigente ed alcuni circoli ed associazioni indipendenti di stampo socialista europeo come il Gruppo di Volpedo, il Circolo Rosselli di Milano, ed il Network per il Socialismo Europeo, nel PD solamente un’associazione “Sinistra PD” di Vicenzo Vita e Sergio Cofferati si sono posti il problema della sinistra in Italia. L’ex leader della CGIL ha detto ultimamente alla Scuola Politica – Democratica   veltroniana, che la sinistra è ad un bivio perché “davanti abbiamo un passaggio stretto, drammatico, l’aumento della disoccupazione, la crescita della poverta’”. Ha continua nel ragionamento Cofferati davanti ad una platea indifferente “è un passaggio stretto che non possiamo affrontare da soli, c’e’ bisogno di una scelta, non si puo’ piu’ rimandare l’ingresso nel Pse”.  Il resto del PD però sembra proiettato alle cariche amministrative e ossessionato dalla figura di Berlusconi e dall’OPA lanciata da Vendola al suo elettorato.

Si dovrebbe parlare di futuro della sinistra, delle idee e dei valori che hanno animato questo movimento, ma anche del futuro politico dell’Italia, senza rancori e presunzioni. Vendola da questo punto di vista si è prodigato nel cercare di creare un patto nel centro-sinistra per ricostruire un partito unico ed un sentire comune, perché sa benissimo che SEL non è la forma compiuta della sinistra che ha in mente.

Anche perché persone vicine a SEL come Alfonso Gianni, il quale ha affermato che “non esiste sinistra senza una idea di socialismo” oppure Fausto Bertinotti, che nel suo ultimo libro (Chi comada qui?) ha scritto che “democrazia e diritti civili-sociali dovranno essere la sfida per la rinascita di un movimento socialista del XXI secolo in Italia”, sono per la scomposizione e la ricomposizione della sinistra in una sorta di Epinay all’italiana.

Ritorniamo sul problema: perché si è arrivato a questo punto?

Il presente non regge il confronto con il passato. Non perché il vecchio sia sempre meglio del nuovo, per carità, ma da due partiti di massa che aveva la sinistra italiana come il PCI ed il PSI, con delle forti idealità, con una elaborazione culturale e programmatica enorme, ora cosa si ha? Proprio adesso che il capitalismo internazionale si flette nelle sue contraddizioni, proprio in questo momento “‘la sinistra italiana non ha un’idea guida, non ha un’anima, non ha un pensiero forte”, come ha detto saggiamente in un’intervista Alfredo Reichlin. Anzi tende a creare partiti trasversali interclassisti c.d. ‘pigliatutto’ ma che scontano un limite insuperabile: si ha diverse posizioni su un unico tema e l’esempio sul caso Marchionne in questo senso sembra calzante. La coperta è troppo corta per coprire tutto.

Un altro ‘vecchio’ della politica Emanuele Macaluso, ex ala migliorista del PCI, va ripetendo da anni, tra libri (Da cosa non nasce cosa, Al capolinea), tra riviste (Le Nuove Ragioni del Socialismo) e sui giornali (Il Riformista) che non è con la fusione a freddo di gruppi dirigenti che si da un’idea di alternativa e continua dicendo che “la sinistra italiana non ha una bussola politica, anzi insegue pedissequamente l’agenda politica altrui”.

Ci si potrebbe chiedere da dove derivi questa subalternità culturale. L’errore che ha scatenato ciò, sempre secondo Macaluso, è stata l’incomprensione tra la classe dirigente socialista e quella comunista. L’incomprensione deriva da un delirio di onnipotenza, nel voler ostinatamente essere l’unica modalità partitica di sinistra nel panorama politico italiano. Entrambe le classi dirigenti non avrebbero avuto la lungimiranza politica per capire che la guerra a sinistra avrebbe creato questo vuoto attuale ed avrebbe di conseguenza fatto sprofondare la sinistra italiana nella paralisi programmatica in cui giace. Paralisi che si può descrivere in questo modo: non ci possiamo più chiamare comunisti, non ci possiamo più chiamare socialisti, come ci chiamiamo?

Questo problema per Macaluso ha ritardato “una riflessione critica ma unitaria sulla loro storia” e non ha permesso di “farsi carico degli errori e dei successi di cui entrambi i partiti erano titolari per cercare una sintesi che ne recuperasse i nuclei vitali, per non far prevalere l’arroganza, il rancore, il protagonismo di figure minori per un grande dramma politico. Così non è stato possibile ricostruire un grande partito socialista democratico e laico in Italia”.

Dalle svolte e dalle procure non è nata una sinistra migliore in grado di confrontarsi con il futuro ed il cambiamento del sistema capitalista. Non è nato un movimento in grado di venire incontro alle nuove esigenze del mondo del lavoro. Le lotte politiche ovviamente cambiano forma e non si concentrano più nella fabbrica ma si espandono a più livelli, come la selezione della classe dirigente non si svolge più nelle sezioni. Questo però deve essere un ragionamento condotto dalla sinistra intera per capire dove sta andando.

Ora cosa resta della analisi politica di oggi? Un partito che deve ‘tifare’ la Lega Nord, un movimento populista e xenofobo, per cercare di scalzare politicamente parlando il governo Berlusconi. E’ il sintomo chiaro e netto della debolezza culturale e programmatica della sinistra c.d. massimalista e anche riformista.

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