L’alleato obbligatorio

By Redazione

maggio 1, 2011 Esteri

Chi può salvarci dal terrore? La primavera araba fa paura alla gente comune. Qui in Europa, o negli States, non fa differenza. Il problema è principalmente uno: si fatica a comprendere che cosa accade realmente a migliaia di chilometri nell’islàm. Non è un peccato di ignoranza. Serve una guida.

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha riconosciuto il ruolo di Ankara come bilanciere della regione mediorientale in una telefonata al primo ministro Recep Tayyp Erdogan nei giorni scorsi. I due leader hanno espresso condanna unanime per la repressione messa in atto da Damasco delle rivolte in corso. Il capo della Cia Leon Panetta (che presto cederà il posto al Generale Petraeus) è stato per cinque giorni ad Ankara, alla fine del mese scorso, per colloqui segreti sulla situazione in Siria. Durante la visita, Panetta ha incontrato funzionari turchi, tra cui il capo dell’intelligence Hakan Fidan.

La Turchia può fornire un aiuto concreto. La sua politica estera, abilmente guidata dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu, in carica dal 2009, cerca di rilanciare il Paese nell’area. Tra richiami al panturchismo e strategia neottomana il ruolo di Ankara nello scacchiere internazionale sta cambiando progressivamente. La politica filo-islamica di Erdogan rappresenta il segno del tempo che passa. Appare fondamentale per Davutoglu abbandonare qualsiasi dipendenza occidentale. Ecco la nuova rotta turca: da alleato periferico a leader regionale, con buone possibilità di raggiungere lo scopo. Le contingenze geopolitiche e geoeconomiche le garantiscono, infatti, una posizione assolutamente centrale: Iraq, Afghanistan, Israele, Iran, Asia centrale, Mediterraneo e nordafrica sono sono alcuni dei teatri su cui Erdogan e i suoi intendono intervenire con maggiore profondità. Ma torniamo alla primavera araba.

La posizione di Ankara è rimasta, dall’inizio delle proteste, sempre autonoma, pur coincidendo in molte occasioni con quelle di Europa e Stati Uniti. La Turchia diventa un interlocutore imprescindibile negli affari islamici e le rivolte in Siria, che avrebbero provocato fin ora oltre 350 morti, ne sono l’ultima dimostrazione. In passato, i rapporti tra Turchia e Siria sono stati difficili, ma le tensioni sono scemate nel momento in cui Damasco ha sospeso gli aiuti al Pkk, partito socialista che si batte per i diritti della comunità curda.

La Siria garantisce nuovi mercati per il commercio turco in continua espansione. Inoltre, Damasco si pone al centro di un più vasto quadro strategico: la competizione con l’Iran rivoluzionario per l’egemonia sulla regione. Una partita a scacchi che da tempo impegna Teheran ed Ankara, sunniti e sciiti. Ne viene fuori un mondo arabo diviso e pronto ad implodere. È del caos che ha paura l’Occidente. Ed è per questa ragione che la Turchia, seconda forza militare Nato dopo gli USA (è bene non dimenticarlo), rappresenta un alleato prezioso. Il mediatore mussulmano, figlio di una rivoluzione laica.

Il progetto strategico di Davutoglu è già valso ad Erdogan il ruolo di eroe della Ummà, la comunità islamica. E secondo diversi analisti il reale disegno del partito per la giustizia e lo sviluppo (al governo dal 2003) è quello di spazzare via del tutto la laicità dal Paese. Permettere alla Turchia di allontanarsi dai vecchi alleati occidentali sarebbe è un suicidio, ma la primavera araba potrebbe favorire proprio queste tendenze. Un consiglio: tenere d’occhio la guida turca.

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