Il Regno dopo la festa

By Redazione

maggio 1, 2011 Esteri

Smaltita la sbornia, è ora di cercare di capire cosa significhi per la Gran Bretagna il tanto celebrato Royal Wedding. Perché non è stato solo il pretesto per scatenare il gossip, la cronaca rosa e per spedire giornalisti a Londra in caccia di notizia, prontamente apprese dai quotidiani locali o internazionali. Non è stata solo l’occasione per alcuni cosiddetti esperti di dare i voti agli abiti, ai cappelli, ai fiori, agli abbinamenti dei colori e di porsi domande esistenziali (una su tutte quella di Francesca Senette su La7 che, turbata dall’eventualità del cattivo tempo, si è chiesta se Kate Middleton indossasse biancheria intima bianca sotto il vestito da sposa). Il Royal Wedding avrebbe potuto fornire una panoramica sullo stato di salute di quello che fu un impero, poi uno stato che si è trovato da solo a contrastare l’espansione nazista, poi un regno dove hanno trovato spazio alcune rivoluzioni culturali e popolari del Novecento.

La Gran Bretagna ha subìto parecchi scossoni negli ultimi quattro anni. È un pugile che ha dovuto sopportare alcuni ganci e diretti ben assestati alla sua economia: i tempi del Brit Pop e della stagione neolaburista guidata da Tony Blair che hanno ridato un certo appeal alla nazione sono passati. Nei paraggi non c’è nemmeno una Margaret Thatcher che possa ripetere il miracolo degli Anni 80: risollevare le sorti di un’economia che era considerata ai tempi alla stregua di quella della Germania dell’Est da alcuni analisti. Non ci sono nemmeno le premesse politiche: i conservatori sono al governo, ma accompagnati dai liberaldemocratici che ormai puntano tutto sul referendum elettorale per dare un senso alla propria esistenza, mentre i laburisti con il nuovo leader Ed Miliband stanno tessendo rapporti con sindacati, ecologisti e altri lobbisti, avanzando nei sondaggi, però sono all’opposizione e se la cura promossa da David Cameron e il fido George Osborne dovesse funzionare almeno in parte, allora dovrebbero passare al piano B, ammesso che ce l’abbiano.

È tempo di restrizioni, di austerità. Di basso profilo, lo stesso che il principe William e la consorte Catherine hanno cercato di dare all’evento di venerdì 29 aprile, quando una tradizione secolare come la monarchia ha scritto una nuova pagina. Non sono stati pochi i cronisti che hanno sottolineato più volte quel sentimento di orgoglio e appartenenza che ha fatto capolino tra circa il milione di persone che ha invaso le strade della capitale. Union Jack a sventolare in ogni angolo, una partecipazione attesa, ma che ha sorpreso allo stesso tempo. Si vociferava di come la monarchia avesse perso smalto. Si vociferava solo, a quanto pare. La nuova coppia che un giorno (magari nemmeno troppo lontano) sarà reale incarna una nuova generazione di regnanti che è riuscita a mettere assieme le attese del nuovo con i fasti del passato, ricamanti nelle alte uniformi indossate dai membri dell’esercito e dal cerimoniale a Westminster Abbey. Elementi che agli occhi di chi non è cresciuto in una terra che ha fatto della monarchia un potere formale con il passare degli anni, ma pur sempre un’istituzione attorno alla quale ritrovarsi, sembrano surreali e patetici.

In realtà, al di là delle gaffe e di certi atteggiamenti goffi che la famiglia reale ha messo in mostra negli ultimi anni, il Royal Wedding tra William e Kate può nell’immediato riaccendere antichi sapori che si sono persi in una società labile, convinta di essere multiculturale finché certe crepe non hanno fatto breccia con gli attentati del luglio 2005, coltivati all’interno dello stesso Regno Unito. Non si tratta di lasciarsi impadronire della xenofobia, come sbrigativamente potrebbe liquidare l’affare una qualunque penna saccente del giornalismo italiano, ma di riscoprirsi britannici, come accaduto in occasione della visita di papa Benedetto XVI lo scorso anno. Il capo della Chiesa cattolica che ha scatenato la discussione nella patria dell’anglicanesimo.

Senza tutti i crismi delle pratiche di stato, il Royal Wedding potrebbe ricordare al popolo inglese da dove arriva, per tirare avanti.

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