Il grande bluff dei referendum

By Redazione

maggio 1, 2011 politica

Ancora non sappiamo se il 12 e 13 giugno gli italiani saranno effettivamente chiamati a votare sui due cosiddetti “referendum dell’acqua pubblica”. Sappiamo però con certezza due cose. Primo, che la campagna referendaria si è basata sul più grande inganno mediatico dai tempi di Goebbels. Secondo, che tale questione ha inferto un colpo – se non mortale, quantomeno decisivo – ad ogni ambizione del Pd di divenire un partito riformista, coraggioso ed “egemone” sul piano politico e culturale.

Occorre riconoscere ai referendari il merito di aver costruito un impianto comunicativo della massima efficacia, sposato persino da autorevoli testate giornalistiche. Probabilmente oggi non esiste elettore che non sia convinto che nel giugno prossimo si voti per evitare la privatizzazione dell’acqua, mantenendola quindi “bene pubblico”. Tale messaggio errato, che avrebbe dovuto essere facilmente smontato da un partito maturo, si basa su un’ impressionante serie di consapevoli falsificazioni.

Innanzitutto la notizia più eclatante: l’acqua non è un bene pubblico. Il servizio idrico integrato infatti non risponde né al requisito di non-rivalità (= se lo consumo io, non lo sto togliendo a te), né a quello di non-escludibilità (= non è possibile escludere nessuno dal suo consumo). Del resto sono proprio i referendari a ricordarci la caratteristica di scarsità del bene-acqua. Ne consegue non solo che è sbagliato definirlo bene pubblico, ma anche che esso è – per definizione – a rilevanza economica.

L’acqua è invece un bene primario e necessario, per cui il servizio di distribuzione è servizio pubblico e universale. In virtù di tali caratteristiche, sono necessari ingenti investimenti per assicurarsi che tutti i cittadini abbiano accesso ad acqua pulita, con una rete moderna e senza perdite, e siano serviti da fognature efficienti. Tale necessità è ancora più impellente dal momento in cui  in Italia  più di un terzo di acqua viene sprecato a causa di perdite nella rete idrica e gli investimenti sono inferiori di circa 70 miliardi di euro a quelli necessari. Tutto questo in un contesto in cui la quasi totalità dei gestori è rigorosamente pubblica.

In secondo luogo, le norme nel mirino dei referendari non privatizzano né l’acqua (figuriamoci), né le infrastrutture idriche, che rimangono proprietà pubblica inalienabile. Il famigerato art. 23 bis si limita a imporre un concetto molto semplice: poiché il servizio idrico integrato necessita di ingenti investimenti ed è un monopolio naturale (= un solo gestore alla volta può svolgere il servizio), chi è quel gestore – pubblico o privato che sia – in grado di svolgerlo a costi più bassi e con la qualità più alta? Il primo referendum mira ad abolire questo concetto, ritornando di fatto alla gestione in house, dove piccole aziende pubbliche locali – spesso spaventosamente sottocapitalizzate e in perdita – gestivano il servizio, garantendo – nei casi più estremi – ben remunerate posizioni in consiglio di amministrazione ad ex-amministratori locali e un buon serbatoio occupazionale per alimentare consenso clientelare. Un aspetto, quest’ultimo, che diviene ancor più rilevante nella situazione attuale, dove alla maggior parte dei Comuni italiani è fatto divieto di assumere personale. Certo, la riforma del governo è monca fin dal principio, poiché – come tanti riformisti hanno osservato fin dai primi giorni – incredibilmente non prevede un’Autorità di Regolamentazione tecnica, condizione necessaria per qualsiasi settore di monopolio naturale.

Ma è il secondo referendum a vincere l’Oscar della mistificazione. Sull’onda del terrificante “nessuna speculazione finanziaria sull’acqua”, infatti,  propone di abolire la remunerazione degli investimenti effettuati nel settore idrico. Ad oggi ogni gestore (pubblico o privato che sia) prende a prestito i soldi ad un dato tasso di interesse ed effettua gli investimenti decisi dai sindaci riuniti nelle ATO. Il costo di quell’investimento viene ovviamente ripagato dalla tariffa pagata dagli utenti, che copre il costo del lavoro (i dipendenti dell’azienda) e del capitale preso a prestito. Il referendum, scambiando quest’ultimo aspetto per un malefico prodotto finanziario del Grande Capitale, annulla la remunerazione del capitale. In altre parole, ogni investimento nel settore idrico sarà realizzato in perdita. Quindi le aziende pubbliche – che nell’ottica dei referendari sono le uniche deputate a gestire il servizio – per realizzare gli enormi investimenti necessari per rendere l’acqua davvero un bene accessibile a tutti (nei fatti, non a parole), i soldi dovranno presumibilmente stamparli nei sotterranei degli edifici comunali. Oppure, far crescere esponenzialmente i debiti delle già malandate finanze comunali, scaricando i costi sulle future generazioni e sottraendo risorse ad altre attività essenziali come gli asili nido, il welfare, la manutenzione stradale.

L’Italia, si sa, è un paese molto strano. Tuttavia, raramente si era assistito ad una campagna di disinformazione tanto estesa e penetrante. Quello che non era prevedibile era che il PD rinunciasse a spiegare agli italiani l’inganno referendario, e a contrastare nel contempo il progetto del governo con un’alternativa credibile, precisa e realistica. Alcuni dirigenti nazionali ci dicono che la questione era “troppo difficile da spiegare”, e che comunque “ormai era troppo tardi”. Io non credo. Sarebbe bastato spiegare agli italiani che esistono eccellenti gestioni pubbliche e pessime gestioni private, e viceversa; piuttosto che sposare ideologicamente l’una o l’altra, occorre garantire che a svolgere il servizio sia il gestore migliore, in un quadro di contendibilità e di forte regolazione pubblica. Sarebbe bastato spiegare che un servizio pubblico non vuol dire servizio gratuito; obbligare i gestori a lavorare in perdita non fa altro che allontanare i migliori e scaricare sulle finanze pubbliche gli oneri di questa sciagurata scelta. Sarebbe bastato spiegare che l’Italia che vogliamo è quella in cui non basta urlare lo slogan più demagogico per risolvere i problemi della gente.  Anche questa volta, il PD ha rinunciato a parlare al cuore e alla testa degli italiani con la propria voce, preferendo accodarsi a voci altrui. Solo che queste voci, oltre ad essere terribilmente sbagliate,  stavolta prendono anche gli italiani per i fondelli.

* Luigi Marattin è Docente di Economia Politica all’Università di Bologna. Master a Warwick, Ph.D a Siena. E’ stato Fulbright Scholar a New York, è co-autore per Il Mulino del libro Economia dell’Integrazione Europea. Dal dicembre 2010 è Assessore al Bilancio del Comune di Ferrara. La pubblicazione del suo articolo ci è stata gentilmente concessa dal webmagazine QDR.

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