Habemus Moretti/2

By Redazione

aprile 29, 2011 Cultura

Come faceva già notare Pietro Salvatori nel suo articolo del 22 aprile, Nanni Moretti è un regista “a prescindere” che provoca malumori ed entusiasmi, amori e odii solo per il fatto di essere lui, un regista – e un personaggio – iconico per una sinistra bisognosa di (opinion) leader. Basti notare che la più grande polemica ruotata attorno al film, ossia il boicottaggio invocato dal vaticanista Salvatore Izzo dalle pagine dell’Avvenire, è una polemica fatta esplicitamente senza aver visto il film. Così come gli amori di buona parte della critica militante. La quale però, come faceva notare il suddetto articolo, si è trovata impreparata ad affrontare un film in cui non si facevano le pulci politiche al potere della chiesa.

E allora cos’è davvero Habemus papam, di che parla, quali sono il suo cuore e il suo centro narrativo (parte dei detrattori risponderebbe che non c’è)? Perché, in sostanza, chi scrive può parlare di grande opera cinematografica, se non di capolavoro? Moretti costruisce il suo duplice racconto – da un lato il papa in pectore che non regge al suo ruolo e fugge per la città, dall’altro lo psicoanalista che dovrebbe aiutarlo costretto in Vaticano per non infrangere le regole di un conclave ancora non sciolto – come una sorta di film carcerario in cui a un evasione corrisponde una prigionia, a un “colpevole”, o peccatore a suo modo, in fuga da sé stesso fa eco un “innocente”, nel senso di distante dal mondo cattolico, rinchiuso contro se stesso.

Questo doppio binario che s’incrocia solo per un breve, spassoso attimo (scelta incomprensibilmente criticata), permette al regista di raccontare il modo in cui due mondi collidono e i tentativi di due alieni di conoscerli e comprenderli: l’uomo di chiesa e di fede, che vive su di sé il peso del mondo e della responsabilità di guidare un popolo, come già molti profeti prima di lui, e l’uomo di scienza che si confronta con una rappresentazione della realtà talmente pura e semplice (Dio c’è e ci governa) da risultargli incomprensibile e che può provare a fare sua solo con strumenti congeniali, per esempio la regressione all’infanzia dei suoi interlocutori (in questo senso si può leggere il torneo di pallavolo, col parallelo del deficit di accudimento che l’ex moglie e collega dell’analista diagnostica al cardinale Melville).

L’impianto arriva così a delineare una riflessione profonda, dolente e al tempo stesso solare, sulla consapevolezza di sé e dei propri limiti, del proprio ruolo e di quello che la società ci impone – ovviamente non solo il papa riluttante, ma anche il ruolo fallimentare dello psicoanalista che non cattura la vita attorno a lui – che arriva al ribaltamento ironico della figura della maschera, con Melville che s’inventa una vita in cui recita, in cui è un attore, accostandosi in questa peregrinazione al personaggio che lo stesso Piccoli (straordinario) ha interpretato in Ritorno a casa di De Oliveira.

E questo squarcio meta-linguistico apre su un altro campo di gioco: Moretti torna a confrontarsi con il confine tra personaggio e uomo, regista e carattere come nei suoi primi film e mettendo in scena in prima persona – con acre umorismo – il suo rapporto con l’altro da sé, riflette teoricamente sul suo ruolo di artista, di creatore di una realtà analitica che permetta di afferrare quella ontologica, costruendosi come metteur en scéne e arbitro, rendendo conto allo spettatore del proprio narcisismo che non si limita a puntare il dito o a giudicare, ma a comprendere anche la propria negatività (come mostra anche il finale, citato anche da Salvatori, del Caimano).

Moretti arriva a una densità narrativa, concettuale e in ultimo cinematografica che ha pochi eguali non solo nel cinema italiano, e la ricchezza quasi materica  dell’immagine (si pensi all’incredibile sequenza dell’invasione dei cardinali in teatro) arriva al fertile paradosso di un film sottilmente apocalittico, in assenza e sull’assenza, con un papa che quando c’è fisicamente non è un papa, e quando ne riveste il ruolo non c’è fisicamente. Riuscendo, da laico e ateo, a raccontare meglio di molto cinema o tv cattolici il dissidio tra umanità e divinità, il percorso del sacro che s’incarna nell’uomo e viceversa: come fece, più esplicitamente, Scorsese nella sua Ultima tentazione di Cristo. Un film che, non a caso, i fondamentalisti boicottarono, come si vorrebbe fare con Moretti.

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