Lega, la variabile impazzita

By Redazione

aprile 27, 2011 politica

È la Lega la vera variabile impazzita della nuova piega assunta ieri dalla politica libica del governo. Più per una questione squisitamente politica, che non per un possibile voto parlamentare che aveva ingolosito chi, come il futurista Bocchino, era subito stato solleticato da una possibile crisi di governo. Ipotesi che, dopo le parole del Colle, sembra essere stata scongiurata. Non serve nessun voto perché, come ha spiegato Napolitano, la mossa è in piena continuità con “la scelta compiuta a marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio supremo di difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”. E dunque il passaggio parlamentare già archiviato è sufficiente, e come se non bastasse, dopo il richiamo alla decisione come propria del Consiglio supremo, attaccare la scelta del governo equivarrebbe ad attaccare il Quirinale.

Disinnescata, a quanto pare, la minaccia di un voto imprevedibile, non passare per l’aula non elimina un problema politico che rimane sul piatto. E reso evidente dal titolo della Padania di ieri, che rendeva la descrizione del summit italo-francese alla stregua di una Caporetto di Berlusconi su tutta l’agenda imposta da Sarkozy, e appena indorata dalla pillola del sostegno a Draghi alla Bce.

Il Carroccio ha un problema che, a sua volta, prospetta almeno un paio di complicazioni. Deve innanzitutto riuscire ad accreditarsi, per storia e per non scontentare la propria base, come il partito che più energicamente risponde all’ondata migratoria proveniente dal nord Africa. Forse compiendo uno dei pochi errori strategici nella gestione della crisi, il ministro Maroni ha inizialmente enfatizzato molto i toni di quello che a tutt’oggi è un robusto e costante flusso da monitorare, ma che non può essere descritto come un esodo di massa, come invece è stato fatto. Un’esasperazione – per quanto, in un certo senso, istituzionale – della crisi che ha fatto gioco nel dar fiato alle trombe della propaganda del partito di Bossi.

Ma, e veniamo al secondo punto, lo stesso Carroccio, per mano del suo capace ministro dell’Interno (tanto capace che sta prendendo corpo un partito maroniano trasversale, che lo sosterrebbe come candidato a Palazzo Chigi nel 2013 se il Cavaliere dovesse imboccare la strada del Quirinale), si trova a dover gestire in prima persona una crisi i cui risvolti comprendono una quantità di pieghe e di complicazioni che non possono essere risolte nella qualità grezza dell’imbastitura delle argomentazioni della Lega “di lotta”. La sua cugina “di governo”, insomma, si è trovata a dover fornire risposte a problemi che non avevano come orizzonte d’azione il solo elettorato leghista, e che lo hanno dunque anche scontentato. Vedi alla voce permessi di soggiorno temporanei, considerati dalla base verde come un male minore a fronte dei mancati respingimenti.

Una situazione interna ingarbugliata, che trae le ragioni di un secco no ad un intervento armato in Libia dal timore che si diffonda ben presto l’equivalenza secondo la quale è l’azione dei caccia e dei bombardieri tricolore sui cieli di Tripoli e Misurata la causa dell’arrivo dei clandestini a Lampedusa. E che taglia fuori, almeno a seguire il filo dellavnarrazione pubblica del partito, il fatto che prima la Libia prenderà una sua strada in una direzione o nell’altra e prima l’ondata migratoria potrà essere risolta strutturalmente.

Oltre alla situazione contingente, l’espansione del Carroccio in zone del Paese tradizionalmente poco fertili (dieci punti percentuali in più a Torino negli ultimi cinque anni), se non ostili (Marche ed Emilia Romagna), testimoniano la capacità degli uomini del Senatùr di intercettare un consenso tendenzialmente estraneo all’alveo di centrodestra nel quale la Lega trova da anni la sua collocazione. Un consenso che una volta guardava al Pci, più che seguendo la logica dei blocchi contrapposti, come la più efficace tutela del proprio interesse, rivolto alle dinamiche specifiche del territorio, come la tutela del lavoro operaio e del piccolo o piccolissimo artigiano, la trasparenza delle decisioni pubbliche, la buona amministrazione del municipio. Una tipologia di consenso che negli ultimi anni sta sempre più prendendo la strada che conduce a Bossi (ma anche a Maroni, Cota e Zaia).

E che non colloca al vertice delle proprie scelte di voto i grandi temi internazionali: E neppure, e questo è il problema, la fedeltà indiscussa al leader storico. Un elettorato, insomma, che tanto oggi guarda con speranza al Carroccio, quanto domani potrebbe scegliere nuove vie, più efficaci nella difesa di temi legati, quasi esclusivamente, al territorio.

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