Rebus libico per l’Italia

By Redazione

aprile 26, 2011 Esteri

La questione libica pone sempre più con forza una serie di interrogativi su quale sia la posizione del governo per quanto concerne vari aspetti della politica estera del nostro Paese: dall’approvigionamento energetico alla strategia mediterranea, dal rapporto con gli alleati dell’Ue e della Nato alla partnership con gli Stati Uniti. Proprio sull’asse Roma-Washington si sono sviluppate le ultime novità. Il premier, come è noto, dopo aver sentito telefonicamente Barack Obama, ha annunciato che gli aerei battenti bandiera tricolore parteciperanno alle azioni belliche portando attacchi al suolo, e non solo con un ruolo di supporto com’è avvenuto finora.

Si dice che il comunicato di Palazzo Chigi che fosse programmato già da qualche giorno. Il timing della telefonata tra i due leader sarebbe stato imposto dall’esigenza italiana di diramare la nota diplomatica prima dell’incontro tra Berlusconi e Sarkozy avvenuto ieri, in modo tale da non far sembrare tale gesto un’implicita concessione alle pressioni francesi.

Il successo di un forcing di Parigi sarebbe stata una buona chiave di lettura per una svolta che risulta difficilmente comprensibile a prima vista, ma che ha una sua logica strategica, se si avrà la pazienza di coltivarla e sostenerla fino a quando necessario.

Legato da una partnership strategica e da un rapporto personale con Gheddafi, il Cavaliere ha mal digerito l’inizio delle operazioni sui cieli libici. La disponibilità ad assumere un ruolo in Odissey Dawn deriva dall’opera di convincimento dei ministri La Russa e Frattini, preoccupati di rimaner tagliati fuori dal tavolo sul quale sarebbe stato deciso il futuro di Tripoli. Sulla scorta dell’attivismo del ministro degli Esteri, l’Italia è stato il terzo, e finora l’ultimo, Paese a riconoscere come unico e legittimo interlocutore il Consiglio dei ribelli e non più il regime del rais. Una svolta radicale rispetto alla riluttanza del premier a farsi coinvolgere in un’azione che, per ovvie ragioni, ha stravolto uno status quo nel Mediterraneo centrale che Roma aveva faticosamente contribuito a costruire nell’ultimo decennio.

Il coinvolgimento attivo nei bombardamenti è semplicemente il passo successivo di un deciso mutamento di rotta già avvenuto da un paio di settimane, e sancito qualche giorno fa dalla visita di Abdul Jalil, capo dei ribelli, a Roma.

Nel tentativo di rassicurare l’opinione pubblica blandendola con parole allo zucchero, il probabile tentativo del governo è quello di mettere sul piatto della bilancia tutto il proprio peso in un ottica di realpolitik. Il ragionamento dei tessitori della Farnesina deve essere stato in sostanza: una situazione d’incertezza, per di più guerreggiata, prolungata è solo un danno economico e politico per l’Italia; occorre schierarsi per risolvere rapidamente la situazione. In un senso o nell’altro, non ha poi molta rilevanza.

Essendo la posizione di Gheddafi internazionalmente compromessa, dopo un primo momento di incertezza (e probabilmente dopo aver vinto le resistenze del premier), il governo ha iniziato a preparare la strada per poter mettere sul piatto più strumenti d’azione possibili e al minor costo politico necessario per far prevalere la forza in campo sostenuta dalla quasi totalità della comunità internazionale.

Si spiegano così le parole del ministro La Russa, che ha speso molte energie nel definire i target esclusivamente extrametropolitani delle bombe italiane, senza preoccuparsi di spiegare efficacemente quali sono gli obiettivi e le finalità, strategiche e non contingentali, dell’azione della nostra aviazione. E si capisce anche il motivo per il quale, pur essendo il comunicato ufficiale tutto sommato neutro e interpretabile, l’apparato della comunicazione del governo si sia messo in moto per accreditare il colloquio tra Berlusconi e Obama come un consulto per stabilire una strategia. Al punto che molti analisti hanno parlato della “sorpresa” degli alleati della Lega, che non avrebbero saputo del colloquio se non a cose fatte, mentre la telefonata tra i due leader sarebbe stata in programma almeno 24 ore prima. Ma basterebbe dare un’occhiata al comunicato diffuso dalla Casa Bianca avente per oggetto il medesimo colloquio, e ci si accorgerebbe che a Washington parlano piuttosto di una cordiale e apprezzata informativa resa ad Obama dal premier Berlusconi, che non di una scelta condivisa.

Informare gli alleati d’oltreoceano, che sull’azione libica hanno assunto una posizione ondivaga e contraddittoria, e non Parigi o Londra, avvisati appena dopo, in una tempistica cronologicamente poco rilevante ma diplomaticamente significativa, si inserisce nel tentativo del governo di legittimare e dare forza a una scelta – quella di accelerare nel tentativo di risolvere il conflitto – altrimenti poco giustificabile senza poterla giustificare apertis verbis.

Senza considerare l’ostacolo “tecnico” delle risoluzioni 1970 e 1973 delle Nazioni Unite, che autorizzano esplicitamente la protezione alla popolazione civile e ai centri abitati, e non un attacco al regime di Tripoli, né tantomeno parlano di regime change.

Un vincolo fumoso, dopo che un comunicato a tre anglo-franco-americano aveva definito i limiti dell’azione militare a “fino a quando Gheddafi non se ne andrà”, e dopo che l’altro ieri le forze della Nato hanno fatto fuoco su un centro congressi utilizzato dal rais, che ben poco pericolo arrecava alla popolazione civile. Un vincolo fumoso, dicevamo, già sostanzialmente superato dai fatti, ma indispensabile per evitare un nuovo passaggio parlamentare, necessario se i termini dell’impegno italiano in Libia dovessero uscire dal seminato della strada indicata Palazzo di vetro. Un passaggio in aula potrebbe essere fatale al governo, dopo che la Lega ha fatto sapere senza mezzi termini che non farà avere i propri voti ad una mozione che, agli occhi del Carroccio, contiene un’equivalenza intrinseca: più bombe = più clandestini.

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