La guerra di Piero

By Redazione

aprile 25, 2011 politica

Dicono che abbia un carattere irascibile. Raccontano che una volta, quando ancora dalla tolda del Botteghino teneva tra le mani il timone della quercia, se la prese con una solerte segretaria perché la penna che aveva fra le mani non gli consentiva di firmare certi documenti. Urla, improperi, calci. Non alla segretaria, fortunatamente, ma alla stampante del corridoio.

Non lo faresti così. Una vita pubblica serena, pacifica, non priva di scontri verbali e feroci polemiche, in casa e con i dirimpettai, ma mai al di fuori del seminato del rispetto e, spesso, della stima reciproca.

Lampi d’irrequietezza che al massimo cogli in quel far balenare gli occhi fissando un punto qualsiasi che non sia l’interlocutore, sbattendo sincopatamente le palpebre nel tentativo di argomentare un qualcosa che sa tanto del “finiamola qui, ho capito che non ci arrivi”.

Piero Fassino si gioca tutto nella sua Torino. Una battaglia facile, sembrerebbe. Il secondo mandato di Chiamparino iniziò trionfalmente. Il centrodestra ci mise del suo sbagliando la candidatura – fu Rocco Buttiglione, che la Mole non la vedeva dai tempi dell’università – e il Chiampa raggiunse percentuali bulgare. Ma, quello che più conta, il sindaco uscente ha gestito bene la città. Secondo il Sole24ore è tra quelli con il più alto indice di gradimento fra i suoi concittadini. Nel contempo ha saputo ritagliarsi un ruolo nazionale, senza però lasciarsi invischiare nelle piccolezze della parcellizzazione correntista del partito.

Lascia un capitale umano e politico enorme. Tanto che Torino non è nemmeno considerata negli scenari post-voto. Se il centrosinistra vincerà, avrà svolto semplicemente il proprio compitino, che il centrodestra vinca è praticamente impossibile.

Se disgraziatamente Piero dovesse capitombolare, sarà irrimediabilmente arrivata al capolinea la sua onesta carriera al servizio di un partito. Se vincesse, potrebbe coltivarsi un orticello che gli potrebbe fornire le scorte per rilanciarsi sul panorama nazionale.

Fassino ha pagato sulla propria pelle scelte da uomo d’altri tempi. Catapultato alla segreteria dei Ds perché era quello bravo e pacato, ma soprattutto perché non era né troppo dalemiano né eccessivamente veltroniano, ci rimase nel 2006, quando Prodi vinse e chiamò nella sua squadra di governo tutti i leader. Il suo ingresso nella squadra avrebbe scombussolato i fragili equilibri che altrimenti si sarebbero potuti raggiungere. Disse no grazie, e rinunciò ad un ruolo da ministro che lo avrebbe reso più rispettato e influente, ma che avrebbe compromesso la solidità del partito in una contingenza nella quale l’esecutivo si reggeva precariamente sulla stampella dei senatori a vita.

Fassino si fece da parte anche una manciata di mesi dopo. Veltroni vinse le primarie di un nuovo soggetto che riuniva Ds e Margherita, e che non contemplava la leadership del segaligno Piero. Non chiese niente in cambio – tanto per dire lo sfidante di Bersani, Franceschini, è stato nominato capogruppo del Pd alla Camera – gli affidarono la responsabilità del dipartimento esteri del partito. Incarico polveroso che ne chiamò un altro, questa volta di respiro internazionale: inviato dell’Unione Europea per la Birmania.

Roboante a pronunciarlo, ma con una valenza e una possibilità d’azione pari a quella di un rappresentante dell’Uaar in un convento delle carmelitane.

Fassino non ha mai fatto polemiche, ha sempre accettato con spirito di servizio il fatto che la storia potesse chiamarlo, dopo aver assaporato i bagni di luce dei riflettori, a fare il semplice parlamentare, un peones con il pedigree. Tanto che a fare il sindaco di Torino ce lo hanno tirato per la giacchetta, perché alle primarie proprio gli dava fastidio correre. Ok, farsi da parte , ma prendere una legnata dall’ultimo arrivato proprio no.

Ha vinto agevolmente, convincendo la base dei compagni che, per un modello di sviluppo cittadino vincente servono sia Chiamparino che Marchionne. Battendo sul tasto di sempre, in fondo, quello secondo il quale in una squadra, per vincere, è spesso utile che qualcuno faccia un passo indietro.

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