Britannia Inquieta

By Redazione

aprile 25, 2011 Esteri

La Gran Bretagna non smette di regalarci sorprese. Sono due anni che il trend del sistema politico d’oltremanica continua a modificare il suo assetto, ma soprattutto le sue dinamiche. Anzi è proprio l’entrata dei liberaldemocratici di Nick Clegg al governo che non cessa di alterare la  situazione politica di Londra. Il 5 maggio di quest’anno i cittadini di “Her Majesty the Queen” si recheranno alle urne per prendere parte ad un referendum, il primo dal 1975. Storicamente i politici britannici, come ci suggerisce “The Economist” di questa settimana, non apprezzano l’istituto referendario poiché, secondo loro, può essere un facile regalo ai demagoghi di turno pronti a pilotare il voto, focalizzando l’attenzione sugli aspetti erronei, ovvero laterali, del topic in questione. Dopo 36 anni di astinenza referendaria per cosa andrà a votare la Perfida Albione?

L’oggetto in questione è il nuovo sistema elettorale: cambiarlo, “yes”, oppure mantenere lo statu quo, “no”. Tradizionale patria del FPTP, first-past-the-post, ovvero di quel semplice e lapidario istituto elettorale per cui il vincitore delle elezioni vince e “prende tutto” (“winner-takes-all”), il Regno Unito si troverà alle urne per decidere se abbandonare il proprio sistema, oppure adottarne un altro: l’AV (alternative vote). Di cosa si tratta? E’ un sistema elettorale usato per scegliere il vincitore da un elenco di scelte, per mezzo della preferenza. Gli elettori scelgono, apponendo la loro preferenza per l’appunto, l’ordine dei candidati, pertanto, esprimono in tal maniera la loro scelta.

Exempli gratia: nel momento in cui si andasse a votare per le nazionali, in un ipotetico giorno, e le realtà partitiche, ovvero le scelte, fossero sostanzialmente cinque,”Conservatives”, “Labour”, “Liberal Democrats”, “Democratic Unionists”, “Scottish Nationalists” e “Sinn Féin”, l’elettore dovrebbe porre l’ordine di preferenza della sua scelta; quindi, continuando sull’esempio, un elettore medio di Glasgow, una delle roccaforti dei Laburisti, si troverebbe nella condizione per cui possa esprimersi nella seguente e possibile modalità: 1) “Labour Party”; 2) “Scottish National Party” and 3) “Liberal Democrats”. La logica dell’alternative vote è, in maggior misura, vicina all’approccio consensuale e cooperativo dell’Europa continentale, per cui la chiarezza ideologica, vieppiù la responsabilità politica vengono sacrificate per mantenere, o tentare di mantenere stabile la maggioranza e quindi l’esecutivo: in questo l’Italia ne sa qualcosa.

Chi sono e soprattutto cosa affermano i sostenitori all’alternative vote? Di pari passo, chi sono e cosa sostengono i fautori del “no”? I promotori dell’AV sono sostanzialmente i liberal-democratici di Nick Clegg: realtà relegata all’opposizione sin dagli anni ’20, con lo storico ed originario “Liberal Party”, successore dei gloriosi Whigs di romantica memoria. Ricostituitesi nel 1988 sotto il nome di “Liberal Democrats”, per mezzo dell’unione tra i vecchi liberali e il “Social Democratic Party”, i supporters di Clegg hanno trovato finalmente la via all’esecutivo con le ultime elezioni, in coabitazione con i Conservatori dell’attuale Primo Ministro: David Cameron. I liberaldemocratici assicurano, sostanzialmente, la maggiore “democraticità” del voto alternativo, quindi una sua capacità migliore di saper interpretare le istanze elettorali, per questo della cittadinanza. Un’analisi pragmatica nota come l’adozione di questo sistema elettorale possa garantire a Clegg, in verità, un peso maggiore in ambito governativo e quindi a discapito dell’effettiva rappresentanza elettorale che alle urne ha espresso un voto differente e non simpatizzante nei confronti dei lib-dems. Detto questo è doveroso menzionare gli altri beneficiari dalla possibile approvazione dell’AV, ovvero quelle realtà partitiche che storicamente faticano ad affermarsi nella geografia politica della Gran Bretagna, come i laburisti nell’Inghilterra meridionale, oppure i conservatori in Scozia: questi ultimi due vedrebbero aumentare la loro rappresentanza in ambito locale e comunale, un cambiamento da non sottovalutare.

Rispondere alla seconda domanda, ovvero chi è che sostiene il fronte del “no”, risulta essere più facile. Conservatori e laburisti premono affinché la loro superiorità nella governance del paese rimanga tale e quindi a discapito delle altre situazioni politiche ed elettorali. William Hague, Primo Segretario di Stato, nonché thatcheriano della prima ora, sentenzia, sul sito dei conservatori: “A ‘yes’ vote in the AV referendum of May 5th would be a disaster for our democratic system”. Il timore conservatore-laburista è quello di vedersi erodere il proprio consenso in aree soprattutto periferiche, ma politicamente strategiche come l’Ulster, oppure assistere all’emersione di partiti come il “British National Party”, razzista e di estrema destra, che possano destare imbarazzo a Westminster. Concludendo per il momento, i sondaggi non si stanno sbilanciando, l’unico dato certo sarà testimoniato da una bassa affluenza alla urne, e quindi una sostanziale disaffezione dai parte dei cittadini di Sua Maestà nei confronti dell’amministrazione della “cosa pubblica”, un andamento riscontrabile non soltanto in terra d’oltremanica.

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