XY: viaggio alle radici del male

By Redazione

aprile 22, 2011 Cultura

“Cosa è successo?” , “Perché qui?”, “Perché a noi?”. Sono queste le domande-chiave su cui gioca e naviga l’intera vicenda descritta nel libro “XY” di Sandro Veronesi, grandissimo caso letterario dello scorso anno che non smette di far parlare di sé. Ancora prima che uscisse in libreria,  era stato anticipato da un clamoroso apparato pubblicitario sul web: un sito specializzato e sottoposto a continui aggiornamenti  svelava indizi cruciali e caratteristiche dei personaggi  con il risultato che alla fine tutto restava assolutamente vago e  celato. Il mistero, il non-detto restano le cifre che sottostanno a questo grandioso successo che arriva a ben quattro anni dalla pubblicazione dell’altro caso letterario dello stesso autore, “Caos calmo”, vincitore del Premio Strega nel 2006 e da cui è stato tratto l’omonimo film interpretato da Nanni Moretti e Isabella Ferrari.

Qui Veronesi lascia le atmosfere ai limiti dell’immobilità claustrofobica del primo per immergersi in un mondo ai margini della realtà: una piccola valle, Borgo San Giuda (nome non casuale) del Trentino dove abitano poche anime completamente isolate dalla civiltà e dai mass-media,  improvvisamente balza sotto i riflettori impietosi della cronaca, che finiscono per distruggere il precario equilibrio autarchico che regna da sempre tra quei “semplici montanari”: una monade leibniziana che, suo malgrado, si trova stravolta e violata dal frastuono del mondo.

A rompere l’incanto di un paese sovrastato fino a quel momento solo da un bianco abbacinante e da un assordante silenzio è una scena pascoliana: un cavallo in preda al terrore puro che si precipita scalciando in paese per dare l’allarme. “Cosa è successo?” . Ai primi che arrivano sul posto la scena che gli si prospetta è sconcertante: i cadaveri (o i resti?) di dieci (o forse undici?) persone ai piedi di un albero ghiacciato e iniettato di rosso (vernice? Sangue?) nel folto del bosco che divide il Borgo, dove né la televisione né i cellulari possono essere usati, dal resto del mondo.

Subito partono le indagini e gli interrogatori per venire a capo di quella che da subito viene chiamata “la strage di San Giuda”. “Perché qui?” Poco distante e in contemporanea  una psichiatra ed ex sciatrice, omonima di Edith Piàf,  si sveglia con le mani, il letto, la camera sporca di sangue a causa della riapertura di una cicatrice su una ferita di quindici anni prima. “Perché a noi?”.

Prendendo lo spunto da un delitto (ma lo è?) per raccontare l’animo umano e le sue mille sfaccettature, Veronesi ci porta all’interno di un’intricata e agghiacciante analisi in cui tutto ciò che viene fuori è in assoluta contraddizione con quanto saputo prima fino alla rivelazione cruciale: quelle persone sono tutte morte per ragioni diverse e per lo più inspiegabili, tanto che l’unica deduzione che se ne trae è che quello che è successo non avesse alcuna possibilità di verificarsi. Alla fine, tra indagini deviate e segreti di Stato si decide di rendere noto una “comoda” versione ufficiale: la matrice islamica, che pur nella sua spaventosa minaccia, appare, in ogni caso, una versione più accettabile della realtà.

Un libro intenso, forte, drammatico, raccontato con tono partecipe e lieve insieme, come se l’autore stesso, a volte, si trovasse a dover vincere il proprio personale pudore per trovare la forza di raccontarci cosa è stato. Il lettore entra in un vortice di non-sense tra psichiatria e religione, tra scienza e fede dal quale esce malconcio e confuso, di cui non capisce né il “perché” né il “come” ma del quale può solo vedere gli effetti: quasi tutto viene distrutto, frammentato, rivoluzionato ma non tutto si perde. Non mancano atti di coraggio e di rinascita. Una catarsi generale che è propria di ogni singolo uomo che si trovi ad affrontare un’immane tragedia: non se ne spiega il motivo, non sa per quale ragione sia capitata a lui ma sa che ne è stato travolto e che in qualche modo deve reagire.

Come nella peste manzoniana, nessuno può dirsi salvo fino alla fine, meno che mai il lettore, che se sperava di trovare delle risposte ne esce chino sotto il peso di mille domande. Veronesi ci regala un’ulteriore prova di umanità in un noir che non è un noir, in un giallo che non è un giallo, in un libro che sfiora il dramma e lascia totalmente da solo chi si trova a guardarlo.

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