L’Europa che (ancora) non c’è

By Redazione

aprile 22, 2011 Esteri

Benché decisamente poco auspicabili dal punto di vista economico-politico, le recenti esternazioni del ministro Maroni circa l’eventualità della permanenza italiana in Europa impongono alcune significative riflessioni. Non già perché tale ipotesi risulti in qualche modo realizzabile – nel qual caso, infatti, il ministro dovrebbe anche indicarci quale alternativa esista all’Unione Europea, cosa che non può fare perché non c’è – ma per il fatto che rendono improrogabile uno sguardo d’insieme alle vicende storiche dell’Unione. Indipendentemente dalle opinioni politiche e dal grado di europeismo maturato, a nessuno può sfuggire che negli ultimi mesi – nelle crisi del Nord Africa e nell’emergenza immigrazione – i Paesi europei non solo non hanno saputo parlare una sola voce, ma hanno dato vita a degli scontri diplomatici degni del più autentico e retrivo nazionalismo. Quali sono, dunque, le origini dell’Europa unita?

L’atto di nascita del processo di costruzione dell’Europa reca la data del 9 maggio 1950, giorno della cosiddetta “dichiarazione Schuman”, dal nome dell’allora ministro degli Esteri francese. Nel corso di una conferenza stampa Schuman rese pubblica la proposta di «ricondurre l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e acciaio sotto l’egida di un’Alta Autorità comune», aperta ad altri paesi. Su queste basi, nell’aprile 1951 Francia, RFT, Belgio, Italia, Lussemburgo e Olanda firmarono il trattato che istituiva la Comunità Europea del carbone e dell’acciaio (CECA), primo nucleo dell’Europa comunitaria. Schuman e il suo governo erano stati mossi dall’intenzione di aprire una fase del tutto nuova nelle relazioni tra la Francia e la Germania occidentale, a partire da una stretta associazione dei due stati in settori produttivi di importanza strategica. In sostanza, spinta da un radicato complesso di inferiorità e insicurezza verso il potenziale produttivo, demografico e di ingegno della nazione tedesca, e cosciente che proprio l’avidità tedesca di materie prime era uno dei motivi alla base delle innumerevoli guerre tra i due paesi, Parigi ritenne necessaria la stipula di un patto di “solidarietà produttiva” con il potente vicino. Secondo le parole di Schuman, per effetto di tale solidarietà, una nuova guerra tra Francia e Germania sarebbe divenuta «non solo inconcepibile ma materialmente impossibile». A bene vedere, dunque, alla base del primo nucleo sovranazionale dell’Europa unita vi sono preminenti interessi nazionali.

Ma che all’origine della nostra “Unione Europea”ci fossero interessi prettamente nazionali, è testimoniato da altri due avvenimenti di notevole portata. Il primo relativo alle bocciature della CED e della CPE (rispettivamente “Comunità europea di difesa” e “Comunità politica europea”), il secondo alla nascita della CEE (“Comunità economica europea”). La creazione di un esercito europeo, infatti, (non a caso caldeggiato dalla depotenziata e sconfitta Italia di De Gasperi), così come la creazione di un organismo politico sovranazionale, avrebbero comportato delle limitazioni sia alla sovranità militare nazionale – ritenute tanto più insopportabili dal momento che la tutela dell’Europa occidentale era già stata affidata agli USA – sia al monopolio politico dei singoli stati, gelosamente custodito da tutti i membri della futura Unione. Da questi insuccessi del 1954, ci si rese conto che la costruzione dell’Europa poteva ripartire soltanto dal piano dell’economia. Solo sul terreno economico era possibile procedere verso un’integrazione volta a procurare ai singoli paesi maggiori occasioni di sviluppo e prosperità, soddisfacendo in tal modo proprio gli interessi delle nazioni. Gli accordi di Roma del 1957, che fondarono il Mercato comune europeo agevolando gli scambi commerciali tra i paesi membri, andarono esattamente in questa direzione.

Rispetto agli anni Cinquanta, sono stati compiuti notevoli passi avanti sulla strada dell’integrazione europea. Sebbene attraverso attriti e difficoltà, non ci si può negare il raggiungimento di alcuni considerevoli e inattesi traguardi: valgano per tutti le prime elezioni del Parlamento europeo (1979), gli accordi di Maastricht del 1992 (polarizzati attorno a tre temi: unione economica e monetaria, politica estera e di difesa, natura e assetto dell’UE) e l’adozione dell’Euro quale moneta unica (1999). Né si può tacere che l’obiettivo di creare un’unificazione politico-sociale, oltre che economica, è un obiettivo audace e per ciò stesso difficile. L’emergere di frizioni, divisioni e finanche collisioni fra i singoli stati appare in tal senso una dinamica inevitabile. Ciò che invece si fa fatica a comprendere è la vuota retorica che circonda e soffoca il tema dell'”Europa unita”; una retorica fatta di slogan, annunci e tabù – assai spesso disattesi dalla realtà (come nei casi delle bocciature della Costituzione Europea nei referendum) – che oltre a non permetterci un’adeguata conoscenza storica del processo di nascita dell’Unione, non ci fanno nemmeno comprendere quale sia la concreta convenienza a restarci.

Non possiamo nasconderci dietro un dito tacendoci che il cammino europeo è ancora inestricabilmente legato alla difesa degli interessi nazionali, i quali più che mai rimangono il vero centro propulsore di ogni azione “sovranazionale”. Negarlo sarebbe un’ipocrisia assurda, feroce, deleteria, ancor più se ammantata dalla solita urticante retorica. Occorre fare i conti con la realtà: l’Europa ha nel suo DNA il concetto di “nazione”, l’ha esportato nel mondo, da sempre, (con conseguenze spesso tragiche), e non si può pensare di abolirlo o superarlo a suon di forzati slogan europeisti. E’un fenomeno con cui occorre confrontarsi, paragonarsi, sapendo che non è perennemente immutabile ma rispettandone i tempi di maturazione. Per questo, se è vero che al presente alternative concrete all’Europa unita non ve ne sono, è altrettanto vero che forzare la mano per “vendere” ciò che (ancora) non c’è potrebbe rivelarsi non solo un’operazione inutile ma anche potenzialmente dannosa.

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