La battaglia di Milano

By Redazione

aprile 22, 2011 politica

La girandola delle dichiarazioni pre-elettorali non offre sostanzialmente nulla che non sia usuale nel canovaccio intessuto di dichiarazioni e contro-dichiarazioni tese a dimostrare tutto e il suo contrario. Ci si accapiglia così sulla valenza nazionale o sulla peculiarità locale delle amministrazioni che si rinnoveranno, sull’etichettarle o meno come una sorta di referendum sull’operato del governo – e in particolare su Berlusconi – sul valutare come numero congruo o piuttosto esiguo per una proiezione che possa avere un certo peso specifico i tredici milioni di cittadini chiamati alle urne.

Comunque la si voglia mettere, l’unica casella la cui colorazione potrebbe avere un ricaduto sulle faccende del Palazzo romano si chiama Milano. Se lo storico fortino lombardo cadesse nelle mani dell’intransigenza mite dell’ex rifondarolo Pisapia, lo smottamento che ne potrebbe conseguire nelle stanze del governo potrebbe trasformarsi in una valanga. Che, con buona pace dei caroselli festanti dell’ipotetico day after, finirebbe per coinvolgere anche i fragili (dis)equilibri che regolano la vita quotidiana delle forze di opposizione.

Sondaggi alla mano, Letizia Moratti dovrebbe essere sicura di vedersi confermata sulla tolda di comando meneghina. Pisapia continua a mangiar polvere, staccato di dieci punti percentuali, zavorrato dalla presenza di un giovane candidato grillino (di cui abbiamo parlato qui) che sfiora percentuali superiori al 5%. E vede eroso il proprio consenso anche dalla velleitaria candidatura di Manfredi Palmeri, in una città in cui il Terzo Polo sembra destinato ad una marginalità strutturale, e la cui attrattiva elettorale va a pescare un po’ di qua e un po’ di là del fossato che separa il Pdl dal Pd.

Negli ultimi giorni, in casa azzurra, serpeggia un brusio che vorrebbe Moratti scendere sotto la fatidica soglia del 50% più uno dei consensi. Significherebbe andare al ballottaggio nella città del premier, avendo subito uno smacco d’immagine non da poco, e con la variabile impazzita di alleanze e astensionismo che potrebbero rimescolare le carte nel secondo turno.

Un brusio che deriva dai tanti problemi della maggioranza milanese, dentro la quale non è raro che volino gli stracci. Si confrontano anzitutto l’anima post-socialista e quella cattolica del partito del premier. Manco a farlo apposta, a guidarle ci sono rispettivamente il sindaco e il presidente della Regione, Roberto Formigoni. Entrambi si contendono l’egemonia sul partito e sulla catena decisionale cittadina, ingigantita dall’affare Expo che è stato latore di notevoli mal di pancia negli scorsi mesi. La forza di interdizione di Formigoni in consiglio comunale è notevole: può infatti contare su ben sette consiglieri comunali su settanta totali, un piccolo partito nel partito, che trae ovviamente linfa dal mondo di Comunione e Liberazione. Un mondo al quale il sindaco Moratti non è mai andata giù fino in fondo, e ben introdotto nella filiera produttivo-amministrativa della città.

Difficile anche il rapporto con la Lega. Gli esponenti lombardi del Carroccio non hanno mai avuto un facile rapporto con Formigoni, provenendo da due storie politiche e culturali radicalmente diverse. E con la stessa Moratti le occasioni di scontro non sono mancate. Tanto da arrivare al punto che, quando qualche settimana prima di presentare le liste Berlusconi ha investito pubblicamente il sindaco uscente come candidato di tutta la coalizione, qualche dirigente leghista ha ammesso, a denti stretti e nell’anonimato, che in realtà sulla faccenda era ancora aperta una discussione tutt’altro che semplice fra i due partner di maggioranza. Che il premier ha voluto disinnescare a suo modo.

Grane e malumori per ora messi al guinzaglio dall’impellenza di una campagna elettorale da condurre in porto, ma che sta provocando le prime, impercettibili, crepe. Il caso Lassini, per esempio, al di là della valenza nazionale e delle pur giuste considerazioni di merito (il nostro pensiero lo abbiamo espresso qui), potrebbe essere foriero, a livello cittadino, della dispersione proprio di quello zerovirgola percentuale che potrebbe voler significare ballottaggio.

Un caso locale che potrebbe avere ripercussioni a Roma, dove qualche bene informato (o male intenzionato) sta facendo da cassa di risonanza della possibile intenzione della Lega di staccare la spina al governo nel caso si verificasse effettivamente il naufragio meneghino. Con tutt’altro sentimento e diversa densità di preoccupazione, l’eventuale arrivo al ballottaggio – figuriamoci la vittoria – di Pisapia potrebbe risultare di non facile gestione per il centrosinistra e in particolar modo per il Pd.

L’avvocato della sinistra indipendente è infatti stato eletto in una libera competizione alle primarie facendola in barba proprio a Boeri, candidato ufficiale dei democratici. Una sua buona affermazione ridarebbe fiato a chi, come il leader di Sinistrà e Libertà Nicola Vendola, auspica una grande consultazione nazionale per consentire agli elettori di centrosinistra di scegliere il proprio candidato premier. Dopo il pasticciaccio delle primarie interne al Pd di Napoli e il tana libera tutti che è seguito alla loro sconfessione, il successo del metodo ambrosiano, unito alla specificità del buon risultato elettorale del competitor più radicale, potrebbe rendere le primarie nazionali di coalizione un inevitabile prezzo da pagare per il Pd.

Pierluigi Bersani vedrebbe così assottigliarsi, e non poco, le proprie speranze di contendersi la guida del Paese al più tardi fra due anni. E il Pd rischierebbe di farsi scippare la candidatura alla premiership.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *