Ma Silvio sta con Giulio perché…

By Redazione

aprile 21, 2011 politica

“O mi difendi tu o io mi dimetto”. È stato perentorio Giulio Tremonti nella telefonata avuta ieri mattina con Silvio Berlusconi. Spazientito dall’ennesimo attacco nei suoi confronti proveniente dall’interno del partito, il ministro dell’Economia ha preteso dal Cavaliere che la sua linea fosse apertamente sostenuta dal commander in chief del Popolo delle Libertà. Nel corso della mattinata gli addetti ai lavori si erano arrovellati sul senso e sull’opportunità delle parole del suo collega Galan, che aveva calcato la mano in un’intervista concessa al Giornale di cui parliamo su queste pagine (qui l’interpretazione offerta dal nostro Vladimiro Iuliano).

E nel primo pomeriggio è arrivato puntuale il comunicato di Palazzo Chigi, che ha ribadito pieno appoggio alla linea di un ministro sempre più bersagliato dai suoi. Si sta saldando infatti un generale malcontento per i tagli indiscriminati ai budget dei dipartimenti, declinato nello sferzante epiteto “socialista” attribuitogli da Galan, alla preoccupazione che il superministro stia giocando una partita in proprio nella corsa alla successione del premier, che potrebbe essere più vicina di quanto non si pensi.

Voci che sarebbero inoltre alimentate dalla volontà di Tremonti di non rispondere pubblicamente alle puntute osservazioni dei colleghi, rimanendo fuori dalla mischia fin quando possibile.

È chi guida il partito, secondo Tremonti, a dover prendere posizione nel difendere quella che per lui è da considerarsi come una posizione quasi borderline, da tecnico che fa quel che c’è da far,e senza prestare attenzioni agli equilibri del Palazzo, e sapendo di poter godere dell’ombrello di protezione del capo. Berlusconismo e tremontismo come due anime della stessa visione del Paese, come suggeriva ieri mattina l’editoriale di Mario Sechi sul Tempo. Lo stesso Cavaliere, è noto, non gradisce troppo l’autonomia di movimento che il suo braccio destro si è conquistato nel tempo. Ma sa che la sua competenza è fondamentale per tenere annodate le sfibrate fila di un’azione di governo generalmente disomogenea. E soprattutto è consapevole che per Tremonti passa l’asse privilegiato che lo salda alla Lega sponda Maroni, indispensabile per poter parlare con familiarità all’intero corpaccione del Carroccio, le cui due anime, quella vicina al titolare del Viminale, per l’appunto, e quella fedele al Senatùr sono state messe bene in evidenza dall’articolo di Claudio Cerasa proprio ieri a tutta pagina sul Foglio.

I pretoriani del Cavaliere sanno di non poter fare a meno di un player strategico come il ministro dell’Economia, al punto che, dopo la nota di Palazzo Chigi, anche Denis Verdini, eternamente in corsa per un ruolo da coordinatore unico, ha preso pubblicamente posizione sconfessando Galan.

Ma non è la prima volta che Tremonti tira una corda che potrebbe finire con il logorarsi e, alla fine, con lo spezzarsi. L’asset che lo lega a Berlusconi è stato finora strategico. Ma il Cavaliere deve anche preoccuparsi che alle sue spalle lo scontro tra le varie anime del partito non diventi incontrollabile, finendo per assumere un’irreversibile carica disgregante. E sembra essersi stancato delle frequenti impuntature del suo ministro, considerandone le spalle abbastanza larghe da poter sostenere il peso di qualche dichiarazione sui giornali.

A costringere il premier ad una pubblica uscita, probabilmente, non è stato tanto il nome di Galan, quanto quello di Adalberto Signore, che ne ha raccolto le esternazioni. L’influente penna della squadra di Sallusti da tre anni segue come un’ombra Berlusconi, e forse tra tutti i notisti politici è il più consapevole e attento degli umori del Cavaliere. Leggere una sorta di benedizione nell’intervista che fino alle quattro – un’ora dopo, guardacaso, l’uscita della nota presidenziale – ha campeggiato come apertura sul sito del quotidiano, è stato un esercizio di stile non così peregrino. E che il protratto silenzio dei vertici del partito ha permesso di diffondersi a macchia d’olio. Insomma, far attaccare nuora perché suocera intenda.

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