Amici su Facebook

By Redazione

aprile 21, 2011 Esteri

La prima domanda glie l’ha fatta direttamente Marc Zuckerberg, e a ben vedere non era neanche una domanda particolarmente friendly: “Dove possiamo tagliare per ridurre il debito?”.

In un altro contesto si sarebbe potuto obiettare che non è scontato che il debito si riduca solo tagliando la spesa come sostengono i repubblicani, che non c’è ragione di dar per scontato che sul tavolo non ci sia anche l’altra opzione, quella più tipicamente di sinistra, ossia l’aumento delle tasse.

Ma nel contesto di mercoledì sera le domande e le risposte contavano pochissimo, quasi nulla. Era il contesto stesso l’oggetto dello show. Il presidente degli Stati Uniti intervistato in diretta video su Facebook, nel quartier generale di Facebook a Palo Alto, con il padrone di Facebook come moderatore e domande proposte dagli utenti di Facebook. So cool.

Nessun contesto, né reale né virtuale, poteva essergli più favorevole. Su questo potremmo dilungarci all’infinito. Potremmo risalire al novembre del 2007, quando in prossimità delle primarie Mark Penn, lo stratega della campagna per la candidatura di Hillary Clinton, disse che il rivale Barack “sembra Facebook”. Voleva essere uno sfottò: nel senso che l’Obama-mania era una moda effimera basata sul superficiale entusiasmo dei ragazzi attaccati ad internet, ma nel mondo reale, dove contano la strada, le strette di mano e il caucusing, il gioco di potere fatto di clientele, di scambi di favori con i finanziatori e di compromessi sottobanco con le clientele, la moda di Obama avrebbe fatto poca strada. E invece quella battuta venne subito reinterpretata dai più come un elogio, come un’allusione alla capacità di sfruttare come mai prima il social network per fare politica.

Andrew Sullivan fu tra i primi a descrivere questa innovativa capacità di mettere in moto, sia sul fronte della propaganda che su quello della raccolta di finanziamenti, una campagna elettorale in grado di “vivere di vita propria”. Presto fu fatto sapientemente notare come ciò fosse reso possibile anche dalla presenza nello staff del senatore dell’Illinois di uno dei cofondatori di Facebook, il 24enne Chris Hughes, il biondino compagno di stanza di Zuckerberg ad Harvard e suo compagno di avventura nell’impresa che anni dopo sarebbe stata immortalata nel film-capolavoro “The Social Network”. Era stato lui a concepire e dirigere il sito My.BarackObama.com, dove nuovi simpatizzanti confluivano spontaneamente con il passaparola telematico (consentendo al candidato di scavalcare il predominio degli insider sugli indirizzari dei “vecchi” volontari) e, oltre a tenersi in contatto con il quartier generale della campagna come tradizionalmente era sempre avvenuto, si tenevano in contatto anche fra di loro, costruendo a costo zero un nuovo tipo di militanza almeno in parte “orizzontale”.

Potremmo anche ricordare come persino qui in Italia qualcuno notò che la faccenda aveva anche un rovescio della medaglia: ad esempio Giuliano da Empoli, nel suo eccellente ” Obama – la politica nell’era di Facebook“, lo definì “il primo leader nato su Facebook” con riferimento al fatto che si trattava di “un uomo di 45 anni che ha già scritto più di 800 pagine di autobiografia. Invece di un programma, presenta all’elettorato una storia: la sua” e che “in questo è perfettamente in sintonia con una generazione di narcisisti che si raccontano su internet, filmano con i cellulari ogni loro gesto, partecipano ai reality show e hanno per massima aspirazione quella di apparire in televisione. La Me-Generation ha trovato il suo portabandiera”.

E potremmo proseguire ricordando l’entusiasmo sfrenato di vari esponenti di spicco della Silicon Valley all’indomani dell’elezione di Obama, che da quelle parti qualcuno definì “il presidente Google” per enfatizzare quanto fosse “uno di loro”.

Ma tutto questo passa in secondo piano di fronte al siparietto, sparato in streaming mercoledì sera, della “Persona dell’anno 2008” seduta accanto alla “Persona dell’anno 2010” , con l’aria complice di vecchi amici in vena di pacche sulle spalle. “Buonasera, mi chiamo Barack Obama e sono il tipo che è riuscito a far mettere a Marc in giacca e cravatta. E’ una cosa di cui vado molto fiero”… e giù a gigioneggiare: dai Marc, caviamocela tutti e due ‘sta giacca (così si nota meno che potrei essere tuo padre). Eccoli entrambi in maniche di camicia bianca, per di più arrotolate, a regalarsi il reciproco spot. E in uno spot, si sa, conta l’apparenza, non la sostanza.

Cosa vuoi che glie ne freghi “alla gente a casa” se questo sia o no un vero “townhall”, come l’han voluto chiamare. Quell’espressione, che alludendo alla nobile tradizione delle assemblee dei cittadini nella sala municipale nelle prime cittadine del New England coloniale, definisce un dibattito in cui il pubblico non si limita a fare tappezzeria, ma dove al contrario il candidato risponde a domande a bruciapelo più o meno improvvisate dai presenti. Che poi sarebbe il “format” meno amato da Obama, il quale è molto bravo a recitare un discorso preparato ma non ad improvvisare. Tre anni fa in campagna elettorale il suo antagonista, il vecchio John McCain, che essendo un tipo dalla battuta pronta è notoriamente un campione dei “townhall”, lo aveva sfidato a confrontarsi in questo modo in una decina di incontri, prima dei tre dibattiti televisivi “ufficiali”; ma lui si era ben guardato dal farsi trascinare su quel terreno minato. Ma mercoledì sera si girava uno spot: e allora ben venga il townhall, tanto le domande e le risposte erano un dettaglio.

A quella prima domanda di Zuckerberg, Obama ha risposto ricordando innanzitutto che il debito mica l’ha creato lui, l’ha ereditato dal suo predecessore ma anche da Reagan, da Bush padre e da Bill Clinton. Se l’oggetto dello show non fosse stato il contesto, magari qualcuno avrebbe speso due parole per commentare il fatto che ogni volta che deve scrivere sulla lavagna i nomi dei cattivi, Obama non perde occasione di infilare nella lista quello del marito di Hillary. Ma, per l’appunto, nessuno stava più di tanto ad ascoltare la risposta. Quando poi è passato a disquisire di come tagliare la spesa non basta, ma ci vogliono anche un po’ più di tasse, gli è bastato far presente che “gli aumenti riguardano quelli come te Mark, ma so che a te non spiace”- e la sua spalla (il n.1 dei giovani miliardari americani) ha prontamente ribattuto “per me va bene”, e tutti giù a ridere. Andata.

Per non parlare della domanda sulla riforma sanitaria: la materia è così complicata che si può domandare e rispondere tutto e il contrario di tutto, e in campagna elettorale – quella vera – se ne vedranno delle belle. Ma ieri sera non contava granché. Altrimenti qualche cronista avrebbe scritto qualcosa su come il presidente ha glissato sulla domanda finale, che guarda caso veniva dal Texas: “C’è una cosa che cambierebbe rispetto a quanto ha fatto in questi quattro anni alla Casa Bianca?”. Sempre dal Texas le domande scomode, accidenti.  Come l’altro giorno con quel rompiballe di quella TV locale. E’ proprio destino che ‘sto maledetto Texas sia la spina nel fianco del nostro. Che ieri sera però aveva licenza di glissare: “mica sono quattro anni, per ora sono solo due e mezzo. In cui ho certamente sbagliato a non spiegare abbastanza bene quanto stavo governando bene. E poi avrò sbagliato tante altre cose ma il giudizio starà agli elettori .Ma parliamo invece cosa mi resta da fare…”.

Massì, tanto il vero finale non era la risposta all’ultima domanda. Il vero finale era il dono della felpa con il logo di Facebook, direttamente da parte dell’amico Marc (“casomai per qualche ragione ti venisse voglia di vestirti come me”). “E’ bellissima”. E lo è stato anche lo spot, davvero. Resta però da appurare quanti degli oltre 19 milioni di “fan” che il presidente ha su Facebook l’hanno guardato. E magari calcolare le dovute proporzioni con il precedente-pilota di cinque mesi fa, quando ospite di Marc fu l’innominabile predecessore – il quale di discepoli-amici su Facebook, poveretto, ne ha suppergiù un ventesimo.

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