Arrigoni, Hamas e quel funerale

By Redazione

aprile 20, 2011 Esteri

C’è qualcosa su Vittorio Arrigoni che ci hanno nascosto e che getta una luce sinistra sul funerale di stato deciso da Hamas. Vale a dire la dura condanna di Arrigoni nei confronti delle violenze della polizia di Hamas contro i giovani palestinesi di Gaza, scesi in piazza il 15 marzo scorso. Ci sono arrivato per caso. Mi chiedevo cosa Arrigoni, così preciso e compassionevole verso le vittime delle ritorsioni israeliane, avesse scritto all’indomani dell’eccidio di Itamar, la colonia israeliana dove il 12 marzo scorso furono trovati morti nella loro casa, colla gola tagliata, padre madre e tre bambini israeliani. Stranamente tutte le raccolte degli ultimi scritti di Arrigoni, pubblicate sui siti amici, non andavano oltre l’ultimo mese. Sono andato allora sul sito di Arrigoni, Guerrilla Radio, e, come immaginavo, non c’era nemmeno una parola sulla strage di Itamar. Ma ho trovato qualcosa di più interessante.

Arrigoni si era schierato con i giovani di Gaza che il 15 marzo scorso avevano indetto una manifestazione interrotta da un brutale attacco della polizia di Hamas, e ne aveva scritto il 17 marzo su Peace Reporter in questi termini: “Ne è nato per alcuni minuti un furibondo parapiglia che ha visto alcuni feriti, finché i ragazzi sono riusciti a ricacciare indietro i facinorosi di Hamas dalla manifestazione. Alle 19 circa, quando ho lasciato Katiba square, la nuova Tahrir palestinese, la situazione era tranquilla: manifestanti e paramedici della mezza luna rossa avevano montato le tende e si preparavano per la notte. Molte famiglie con bimbi al seguito si susseguivano in visita l’accampamento dei giovani portando cibo, bevande calde e coperte. Meno di un’ora dopo Hamas decideva di terminare la festa a modo suo: centinaia di poliziotti e agenti in borghese hanno accerchiato l’area, e armati di bastoni hanno assaltato brutalmente i manifestanti pacifici, dando alle fiamme le tende e l’ospedale da campo. Circa 300 i ragazzi feriti, per la maggior parte donne, una decina con fratture. Per tutta la notte di ieri fuori dall’ospedale Al Shifa, nel centro di Gaza city, poliziotti arrestavano i contusi mano a mano che venivano rilasciati dal pronto soccorso. Molti gli attacchi ai giornalisti, ai quali sono stati confiscati telecamere e macchine fotografiche. Ad Akram Atallah, giornalista palestinese è stata spezzata una mano. Samah Ahmed, giovane collega di Akram, è stata colpita da un fendente di coltello alle spalle. Asma Al Ghoul, nota blogger della Striscia è stata ripetutamente percossa dagli agenti in borghese mentre cercava di soccorrere l’amica ferita. Le forze di sicurezza di Hamas hanno convogliato l’attacco nel centro della piazza Katiba, dove si concentrava il presidio delle donne, figlie e madri di una Gaza che hanno conosciuto la gioia della speranza di un cambiamento, per poi risvegliarsi alla cruda realtà dopo un breve sogno”.

Cosa chiedevano i giovani del GYBO che avevano promosso la manifestazione? Qualcosa cui tutti noi dovremmo prestare grande attenzione. Ecco un passaggio del loro manifesto che si apre con queste parole: “Vaffanculo Hamas. Vaffanculo Israele. Vaffanculo Fatah. Vaffanculo ONU. Vaffanculo UNWRA. Vaffanculo USA! Noi, i giovani di Gaza, siamo stufi di Israele, di Hamas, dell’occupazione, delle violazioni dei diritti umani e dell’indifferenza della comunità internazionale!”. Qualche paragrafo più avanti si spiega il perché: “Qui a Gaza abbiamo paura di essere incarcerati, picchiati, torturati, bombardati, uccisi. Abbiamo paura di vivere, perché dobbiamo soppesare con cautela ogni piccolo passo che facciamo, viviamo tra proibizioni di ogni tipo, non possiamo muoverci come vogliamo, né dire ciò che vogliamo, né fare ciò che vogliamo, a volte non possiamo neanche pensare ciò che vogliamo perché l’occupazione ci ha occupato il cervello e il cuore in modo così orribile che fa male e ci fa venire voglia di piangere lacrime infinite di frustrazione e rabbia! Non vogliamo odiare, non vogliamo sentire questi sentimenti, non vogliamo più essere vittime. BASTA! Basta dolore, basta lacrime, basta sofferenza, basta controllo, proibizioni, giustificazioni ingiuste, terrore, torture, scuse, bombardamenti, notti insonni, civili morti, ricordi neri, futuro orribile, presente che ti spezza il cuore, politica perversa, politici fanatici, stronzate religiose, basta incarcerazioni! DICIAMO BASTA! Questo non è il futuro che vogliamo! Vogliamo tre cose. Vogliamo essere liberi. Vogliamo poter vivere una vita normale. Vogliamo la pace”.

Arrigoni, per il suo sostegno ai ragazzi del GYBO era stato accusato di raccontare “bufale” dal cosiddetto Campo Antimperialista, e ne era nata una dura polemica (di cui però non ho trovato traccia sul sito del Campo, dove resta invece il testo di un faticoso tentativo di riconciliazione). Quale sia stata invece la reazione del governo di Hamas non è dato sapere. Così come non sappiamo come sia stato giudicato il fatto che il 18 marzo il suo blog riportasse un documento del Centro palestinese per i diritti umani (PCHR) dove si puó leggere fra l’altro: “PCHR condanna con forza questi attacchi contro le donne. Secondo attivisti per i diritti umani del PCHR presenti sulla scena, poliziotti in divisa e agenti in borghese hanno duramente picchiato con pugni, calci e bastoni i manifestanti che fuggivano dalla piazza. La polizia ha inseguito fotografi e giornalisti che lavorano per le agenzie di stampa che erano presenti alla scena, sequestrando un numero di telecamere. Un certo numero di giornalisti sono stati duramente picchiati e hanno sostenuto contusioni e fratture. Mohammed al-Baba, fotografo dell’AFP, è stato duramente picchiato e ha subito una frattura nella mano sinistra”.

Arrigoni tornerà ancora sull’argomento. Questi suoi scritti gettano una luce sinistra sul funerale di stato organizzato da Hamas in sua memoria. Se questi articoli nulla ci possono dire sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio, almeno ci aiutano a capire come nella mente efferata dei suoi aguzzini possa essere balenata l’idea che Arrigoni fosse, come hanno proclamato nel video del rapimento, un collaborazionista venuto a spargere disordine e corruzione.

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