Paranoia nucleare

By Redazione

aprile 19, 2011 politica

Era partita come una battaglia strategica, è finita in una bolla di sapone. “Entro la fine della legislatura sarà posta la prima pietra”, furono, non più tardi d’un paio d’anni fa le parole dell’allora ministro Claudio Scajola. Parlava delle prime centrali nucleari civili della penisola, prefigurando un piano di lungo periodo che permettesse all’Italia di sganciarsi, almeno parzialmente, dalla dipendenza delle forniture energetiche estere.

Dopo le proteste di ambientalisti e opposizione, ma soprattutto sull’onda emotiva del disastro di Fukushima, l’esecutivo aveva annunciato una moratoria di un anno. 365 giorni di tempo per valutare il da farsi, ponderando attentamente la quantità, la collocazione e soprattutto la messa in sicurezza degli impianti. Ieri è arrivato in Parlamento il segnale di uno stop definitivo del progetto. Certo, non siamo ancora in presenza del “Blocco del programma nucleare”, come titolano oggi i principali quotidiani, ma l’inserimento nel decreto Omnibus in discussione al Senato dell’abrogazione di tutte le norme che dovevano prevedere la realizzazione degli impianti lascia poco spazio ad interpretazioni.

Il ministro Romani, che oggi siede sulla poltrona che fu di Scajola, rafforza la decisione affermando che “Adesso è importante andare avanti sull’energia rinnovabile”. “Passare dalla sospensione dell’efficacia delle norme che prevedevano il ritorno all’atomo ad una linea più oltranzista, con l’abrogazione dell’intera disciplina è una sterzata alquanto brusca”, conviene Diego Menegon, fellow dell’Istituto Bruno Leoni ed di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente.

Ma la decisione non è del tutto da biasimare: “Se ne comprendono le ragioni politiche: dopo i fatti di Fukushima è opportuno attendere l’esito di un dibattito sereno in sede europea e mettere da parte le polemiche casalinghe. Polemiche sterili che senz’altro si accenderebbero sia con l’attuazione senza se e senza ma della strategia nucleare del Governo, che con il divampare della campagna referendaria”. Menegon legittima così tra le righe la teoria di chi interpreterebbe la scelta del governo come un atto strumentale e dal breve respiro, necessario unicamente per disinnescare la bomba del referendum di giugno, per riannodare successivamente i fili del discorso.

Al netto del dibattito politico nostrano, rimangono alcuni punti fermi sui quali impostare la discussione pubblica: “L’Italia è l’unica delle sette più grandi potenze industriali a non ospitare centrali nucleari nel proprio territorio e anche per questo il paese che paga l’energia più cara e che importa l’energia nucleare dai propri vicini; in Giappone il disastro nucleare ha interessato un impianto degli anni Sessanta, che doveva essere smantellato a febbraio e una zona ad alto rischio sismico, non paragonabile con quello con cui convivono gli Europei; le macabre statistiche sulle vittime dirette e indirette per TWh continuano a fare del nucleare la fonte più sicura, tanto che, anche ipotizzando ripercussioni future a Fukushima tali da raddoppiare la conta complessiva delle vittime del nucleare, parliamo comunque di 0,08 morti per TWh a causa del nucleare contro le 1,4 dall’idroelettrico, le 4 morti dal gas e i 161 decessi dal carbone”.

La sicurezza, dunque, dovrebbe essere il cardine della riflessione, considerata la “difficile accettabilità sociale e politica di una minaccia tanto remota quanto concentrata”, mentre quelle sui costi elevati sono solamente boutade: “Sul minor costo dell’energia nucleare ad oggi ci sono pochi dubbi”. La sfida vera si gioca sul futuro, e “solo il gioco della concorrenza, che mette in competizione tra loro anche le fonti energetiche, può dare la soluzione” alle domande che si pongono oggi.

La privatizzazione del settore energetico è già una realtà: “La produzione di energia elettrica è libera e che gli operatori del settore sono soggetti privati, che rispondono ai propri azionisti delle proprie strategie di investimento – spiega ancora Menegon – A dispetto dei repentini ripensamenti dei politici, gli operatori paiono aver le idee chiare e ci sono imprese pronte ad addossarsi (cosa sacrosanta) anche i costi di smantellamento delle centrali e di gestione dei rifiuti radioattivi”.

Alla luce di quanto detto, le parole al miele di Romani sulle rinnovabili sembrano solo uno zuccherino per disinnescare in breve tempo il costo politico di una partita che il governo non vuole giocare. Tra l’altro, considerato che il nostro Paese è il quarto per volume di investimenti sulle rinnovabili – come ha documentato un articolo del Corriere della Sera di qualche tempo fa, ben nascosto fra le pagine interne – un impegno dell’amministrazione pubblica nel settore non è da sconsigliare, ma non è affatto decisivo per dare impulso ad una filiera che già cammina sulle proprie gambe.

“Non è un comportamento responsabile quello del politico che si sostituisce al privato nella valutazione del merito economico di un investimento – chiosa Menegon – Molto meglio prendersi una pausa e riflettere sul tema della sicurezza. I conti li deve fare chi ha in mano il portafogli”.

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