Dopo il dramma, la pace?

By Redazione

aprile 19, 2011 Esteri

Se fosse un fumetto probabilmente sarebbe Corto Maltese: pipa, berretto da marinaio, spirito romantico. Tutti sanno chi è Vittorio Arrigoni e di come lo hanno strangolato a Gaza. Ma l’uomo, il suo ritratto, la bandiera della Palestina libera, cosa ha fatto e perché non sono le uniche cose che vale la pena conoscere. La realtà non è un fumetto.

La situazione nei Territori è particolarmente tesa e una nuova figura minaccia gli stentati equilibri politici. La Brigata Mohammed Bin Moslama, responsabile del rapimento e uccisione del nostro connazionale, colpisce orizzontalmente tutti, ma sono le prime reazioni a fare davvero male: da blog e social network della sua parte politica si accusa Israele e i suoi servizi segreti. Le voci indicano come movente una feroce critica contro Arrigoni, pubblicata qualche tempo fa su un sito israeliano. Per molti si tratterebbe di una vera e propria sentenza di morte, per altri una risposta civile e legittima a mesi di filmati antisemiti. Stiamo parlando di una sola pubblicazione, contro decine di video e articoli, ma per i simpatizzanti della causa palestinese in Europa e USA è fin troppo chiaro: l’ebreo è colpevole.

Non importa se al-Qaeda è in Terra Santa, se vuole sfruttare il caos politico per rafforzarsi. Gli “utopisti” preferiscono negare evidenza e responsabilità. Ma in Medio Oriente si gioca tutta un’altra partita. Qui finisce il volontariato e inizia la politica.

Arrigoni, paradossalmente, potrebbe rafforzare il dialogo tra Israele e Palestina. Poco o nulla si è sentito della relazione esistente tra la sua morte e quali saranno, se ci saranno, le ripercussioni politiche nell’area. Hamas controlla la striscia di Gaza dal 2007 e l’Anp di Abu Mazen guida la West Bank, ma la frattura tra le due fazioni potrebbe finalmente ricomporsi. La morte di Arrigoni potrebbe, infatti, aver riorientato in maniera netta la politica di Hamas, considerata dalla maggior parte dell’opinione pubblica occidentale un vero e proprio movimento terroristico.

In effetti, l’emergere di una forza ancora più radicale a Gaza le impone di recitare un ruolo completamente nuovo. Un’occasione che deve essere colta al volo da tutta la comunità internazionale. Che qualcosa stia cambiando in Palestina lo si nota dalle prime ore del rapimento. Hamas condanna il crimine, fa tutto il possibile per salvare l’italiano e quando si scopre che è tutto inutile, annuncia addirittura funerali di Stato in suo onore.

Non bisogna dimenticare quale che il principale obiettivo politico di Hamas è controllo totale sui Territori. Viste le circostanze, potrebbe sfruttare la situazione intuendo il momento opportuno per una sterzata moderata. In tal modo, da una parte si tutelerebbe dal perdere il favore degli arabi palestinesi più ostili ad Israele (che amano particolarmente i volontari occidentali difensori della loro causa), dall’altra otterrebbe una maggiore legittimazione internazionale: la vera marcia in più di Abu Mazen in questo momento.

Esiste poi un altro elemento che potrebbe favorire un ricompattamento tra le fila palestinesi: né i vertici di Hamas, né Abu Mazen desiderano l’ascesa di una terza forza legata ad al-Qaeda sul territorio, che potrebbe creare notevoli problemi di coesistenza con il rischio di una infernale complicazione dello scenario di fondo.

E’ solo un piccolo tassello del puzzle mediorientale. Ma ricompattare le autorità palestinesi in un monolite moderato può produrre effetti determinanti sul dialogo con Israele. Questo potrebbe essere il vero destino, di pace, di Vittorio Arrigoni. Un uomo troppo umano per essere martire di un solo popolo.

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