Se Berlusconi lasciasse davvero

By Redazione

aprile 17, 2011 politica

A forza di sottovalutare le intemerate di Berlusconi, da quando nel ’93 sdoganò Fini, il centrosinistra italiano ha assunto da diciotto anni un ruolo di subalternità politica e culturale. Non considerare almeno come plausibile l’ipotesi che nel 2013 Berlusconi possa non ricandidarsi è, così, quanto meno incauto. La leadership berlusconiana mancando di cornice storica e coerenza di pensiero politico, si è da sempre nutrita di slanci quasi futuristi, che additassero ai seguaci le mete da raggiungere, con modi più che estemporanei e toni mediaticamente roboanti. Così Berlusconi ha esercitato ed esercita il suo carisma.

Dire che nel 2013 non si ricandiderà – nel modo e nei toni in cui l’ha detto – è fedele alla caratterizzazione dell’intera sua vicenda politica. Dunque, verosimile. Se Berlusconi non avesse 75 anni e non fosse acciaccato (anche fisicamente) com’è, le possibilità di giocare l’anno prossimo un anticipo elettorale sarebbero alte e anch’esse fedeli al personaggio. Ma, da un lato, il Cavaliere sconta gli evidenti limiti personali registrati da un calo di gradimento della sua leadership assai più significativo che nel 2004, terzo anno della legislatura che lo vide saldamente a Palazzo Chigi; dall’altro, gli equilibri di coalizione (leggi alla voce Lega nord) e i limiti manifesti della sua azione di governo, sconsigliano fermamente l’azzardo dell’anticipo elettorale. Che Berlusconi sia alla fine, nel centrodestra è un sentire diffuso. Tuttavia, avendo scavalcato il terzo anno di legislatura ed essendo entrati nel quarto, potrebbe tra i maggiorenti del centrodestra diffondersi la tentazione di prolungare l’agonia del caudillo, come accadde al morente Franco alla fine del ’75. Ancor più che, designando Alfano, Berlusconi ha scontentato molti e complicato l’exit strategy dal berlusconismo.

L’uscita di scena di Berlusconi presenta, però, un fattore di eccezionale vantaggio per il centrodestra. Sia Casini che Fini hanno motivato il loro dissenso e le loro progressive uscite dalla maggioranza non tanto in termini di policies, quanto in ragione della permanenza alla leadership proprio di Berlusconi. Più volte soprattutto Casini ha sottolineato di essere pronto a tornare a casa non appena registrato il passo indietro del Cavaliere. Lo stesso vale per Fini che, nel caso di un addio alle scene di Berlusconi, sarebbe “costretto” a riportare i suoi transfughi nello spazio coalizionale, a meno di non voler rimanere lui solo con quattro (proprio 4) facinorosi. Insomma, l’uscita di scena di Berlusconi “normalizzerebbe” il polo che resta maggioritario nel paese. Il passaggio dalla sua leadership carismatica ad una di tipo di leadership negoziale potrebbe essere gestito, non senza conflitto, ma a vantaggio di tutti. La concomitanza della fine del settennato di Napolitano nel 2013 è felicissima per un centrodestra ricompattato e vincitore del prossimo turno elettorale. Poiché se è vero che il prossimo candidato premier dovrà comunque venire dal Pdl, partito egemone della coalizione, la casella del Quirinale potrebbe tornare utile a motivare il figliol prodigo Casini. Anche perché la Lega (tifosa accanita di Tremonti) influenzerà il Pdl dall’esterno nella scelta dell’erede, ma non potrà in nessun modo aspirare a portare qualcuno dei suoi sul colle più alto. Un quadro, questo, che sta insieme anche senza Fini. Forse, addirittura, meglio senza Fini.

Ma l’addio di Berlusconi sarebbe una formidabile occasione anche per il Pd. Tre anni fa, tra Pdl e Pd c’era uno scarto di un milione e mezzo di voti: una misura che segnalava un alto livello di competitività tra i due partiti. Senza Berlusconi, quel tipo di consenso elettorale interessato al cambiamento riformista del sistema-paese che, pure illuso dal Cavaliere gli è rimasto sempre leale, potrebbe prendere in considerazione la possibilità di votare diversamente. Un consenso numericamente più alto di quel milione e mezzo di voti di scarto nel 2008. Il Pd dovrebbe così porsi il problema di elaborare oggi un’offerta politica allettante per questo ampio segmento di elettori. Naturalmente mettendo al bando da subito l’antiberlusconismo di professione e la santa alleanza. Il primo, difatti, senza Berlusconi diverrebbe, da potente malta qual è, una viscida poltiglia; la seconda, con Casini tornato a casa, l’attestazione del fallimento di una linea politica.

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