Il Giachetti furioso

By Redazione

aprile 17, 2011 politica

Montecitorio è quel posto dove trovi spezzati da sartoria a mano, tre, quattromila euro di stoffa e bottoni, e completi di Oviesse “settanta euro, quando c’è da votare giusto qualche provvedimento, per le altre cose, quando c’è la tv, ne ho un paio buoni”. Montecitorio è quel posto dove vedi tre o quattro persone che ascoltano l’onorevole professore che discetta dottamente di Popper, appena disturbate dal “portace n’antri tre quattro supplì” del capogruppo in commissione, affamato. Montecitorio è quel posto dove il peones di turno impiega tre giorni a scrivere il puntuto e ficcante intervento di replica all’intervento del collega, e poi in televisione ci finisce il vicino di banco perché con l’ipad giocava a battaglia navale. Un luogo in cui il sacro e il profano si mescolano senza soluzione di continuità, la cui aria può inebriare il malcapitato di turno, rendere la testa leggera, inibire il filtro situato tra l’elaborazione di un pensiero estemporaneo e la sua esternazione.

Succede così che durante la discussione sul processo breve (all’armi, all’armi, si parla di giustizia!) te ne aspetti di tutti i colori. Grida, lazzi, frizzi, insulti, cartellonistica militante, infinite partite a solitario (per gli sfigati ancora con il Nokia, quello vecchio) o a Angry Birds (nessuna scusa da parte degli Azzurri. Tutti hanno ricevuto in dono a natale uno dei gioiellini di Jobs). Si gonfiano, sazie, le cronache politiche, la densità dei retroscena si infittisce, il lettore medio difficilmente si meraviglia. Finiani che sparano a palle incatenate sulla maggioranza, il Pdl che risponde ingrugnendo il muso e abbassando la testa, il Pd che fa il verso all’Italia dei Valori e intona cori che fanno invidia alla migliore delle curve di stadio, Rosy Bindi che sbraga discettando, dallo scanno di Fini, di quello che i colleghi possono o non possono dire.

Scene di nobile trivialità, foriere di una scrollata di spalle o poco più del cittadino abituato a sentirne di peggio (con buona pace del popolo viola e del partito degli indignati). Non è un caso che uno dei libri che Giulio Andreotti ha venduto di più sia stato “Onorevole stia zitto”, lunga teoria di sberleffi e insulti passati per le sapienti mani degli stenografi dell’aula. Alla gente interessa più la battuta al vetriolo che non il barboso articolato di centoventisette pagine, più la vista dal buco della serratura che non quella dal primo banco alla messa della domenica.

Così tutto passa, tutto, nel giro di una manciata di ore, viene archiviato come eterno, immutabile, rumore di fondo. Ma a spulciare bene tra le cronache dei quotidiani, ecco lì la frase che non t’aspetti, la piega della vicenda di fronte alla quale finisci anche tu per rimanere basito. Perché conosci Roberto Giachetti, la sua faccia sorniona dietro gli occhiali che sanno di adolescenza vissuta negli anni Settanta, l’aria da bravo ragazzo che fa il paio con la serietà del suo impegno politico.

Formatosi alla cazzutissima scuola dei Pannella, delle Bonino e dei Bordin, poi approdato alle sponde democratiche, principale animatore della spiaggia dei laici liberal-liberisti, Giachetti, per intenderci, è l’uomo dalla mezza riga nel pastone di pagina quattro. Difficilmente riuscirà a strappare un titolo al direttore di turno. Troppo poco mediatico, troppo attento ai contenuti piuttosto che alle comparsate televisive. Ecco, quest’uomo tutto d’un pezzo s’è lanciato in settimana in un apodittico “Onorevole Fini, lei è il peggior presidente della Camera”. Che potrebbe anche lasciar trapelare qualche sfumatura conviviale (cameratesca non suonava benissimo in questo caso): “Sei il peggio”, si dice scherzando tra gli amici. Ma poi guardi la faccia accorata di Giachetti, il dolore con cui pronuncia quelle parole, la profonda compostezza e serietà (nonostante l’assenza della cravatta) dell’uomo, e non puoi che rimanere schiacciato dalla franca sincerità di quelle parole.

Lei è il peggiore. Che seppellisce gli inciuci dalemiani, le aperture bersaniane, gli ammiccamenti veltroniani. Insomma, tutta quella teoria di moine del Pd nei confronti dell’arcinemico di ieri che mirano a destabilizzare il Male Assoluto di oggi. Lei è il peggiore, signor presidente, nonostante il collega compagno di banco sia prima sbiancato, tentando di capire da sotto gli occhiali se Fini stesse capendo che Giachetti lo stava facendo a pezzi – ma in fondo è sempre Giachetti, no? un bravo ragazzo – poi, nell’incertezza, si è alzato e ha scosso il dito. No, non è vero quello che sta succedendo, è Giachetti, lo vede? quello bravo, quello serio, quello con gli occhiali e senza la cravatta.

Lo stesso, però, che ha compiuto l’impresa di infastidire Fini, che lo ha liquidato con un condiscendente “Grazie onorevole Giachetti”, roba da prima elementare, ed è riuscito a far “allibire” perfino Pierferdinando Casini, uno che evita qualsiasi attività che possa fargli correre il rischio di spettinarsi. L’interessato, vistosi perduto dal suo momento di ordinata (nessun lapsus) follia, ha alzato le barricate delle dichiarazioni di rito: “Non ho messo in discussione Fini”, “Ne ho sempre difeso la responsabilità”, “Sono stato frainteso”. Cose debolucce, stantie, sentite e risentite.

Ma basta capitare sul sito personale di Rob, e la ruota del mondo e del teatrino della politica ricomincia a girare per il verso giusto. E scopri che ha scelto un esergo d’apertura che risponde, meglio di quanto potrebbe fare lui o chi per lui, alle domande che vorresti fargli. È di Elias Canetti, e recita: “Ad ogni passato trionfo contrapporre la recente sconfitta; rafforzarsi nella propria debolezza; riguadagnare sé stessi quando si è così perduti”.

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