“Geova non vuole che mi sposi”

By Redazione

aprile 17, 2011 Cultura

Emidio Picariello è un giovane dirigente del Pd della Toscana. Nel suo blog, il Disassociato, ha raccontato della sua esperienza di fuoriuscita dal movimento dei Testimoni di Geova, di cui la sua famiglia fa parte. E di come la sua comunità non abbia mai digerito il suo matrimonio con una “estranea”. Nemmeno sua madre. Pubblichiamo di seguito la prefazione al volume di Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd.

C’ero il giorno in cui Vera ed Emidio, l’autore di questo libro, si sono sposati. C’ero e il loro matrimonio è stato un matrimonio unico per me. L’unico, almeno fino a oggi, in cui io abbia potuto guardare in faccia sposi e testimoni per tutta la cerimonia. Capirete, leggendo questo libro, quale particolarissimo percorso abbia condotto me, un politico, omosessuale e di sinistra, a indossare la fascia tricolore e a celebrare quel matrimonio e capirete anche il fortissimo valore simbolico di quella particolarissima situazione. Capirete che non era soltanto un matrimonio. Era soprattutto il termine ultimo di un lunghissimo viaggio.

Come ogni libro, anche questo vive di vita propria negli occhi, nella testa e nel cuore di chi lo legge. Per questo dico che non è tanto un testo sulla religione o sulla Bibbia, anche se leggendolo si imparano un sacco di cose su un mondo vicinissimo, ma parallelo e sconosciuto, quello dei Testimoni di Geova, di cui non sappiamo gran che. Ricordiamo l’arti- colo di giornale che racconta di quella famiglia che si è opposta a una donazione di sangue, mettendo a rischio la vita di un bambino. Vediamo i cartelli sui citofoni che, se non respingono la pubblicità, respingono i Testimoni di Geova. Oppure ricorderete le immagini del Tg3, che ogni estate ci mostrano i battesimi di massa allo stadio di San Siro, se vivete a Milano. Ma intanto questa comunità si confonde tra noi, nelle scuole, negli uffici, per la strada, portando con sé le regole e il modo di vivere di un luogo lontanissimo.

Sono centinaia di migliaia di concittadini che vivono in una dimensione in qualche modo orwelliana, fatta di regole astruse che si espandono a macchia d’olio, specie quando si avvitano e si fanno più severe. Centinaia di migliaia di persone come noi che vivono nell’attesa di eventi apocalittici, gestiti secondo un tempo che non ha nulla di metaforico o di leggendario, ma che, al contrario, è scandito dal calendario della quotidianità. Aspettano la fine del mondo più o meno con la stessa serena certezza con la quale noi ci aspettiamo che nel 2022 ci saranno i campionati mondiali di calcio nel Qatar.

Migliaia di famiglie come le nostre le cui regole e i cui comportamenti sono minuziosamente determinati secondo un codice e un sistema di delazioni e di sanzioni, che francamente desta un senso d’inquietudine profonda. E tuttavia ai miei occhi (e alla mia testa e al mio cuore) questo libro ha rappresentato soprattutto il racconto di un percorso verso se stessi, il percorso verso la conquista della propria identità, della propria coscienza. Della propria li- bertà, anche.

«Ancora oggi, ogni volta che devo prendere posizione, soprattutto se pubblica o politica, mi chiedo se sia papà a parlare dalla mia bocca, o se invece sia proprio io, che invece amo leggere, capire, viaggiare, guardare e imparare», racconta l’autore in uno dei passaggi chiave. È un lavoro durissimo ed entusiasmante quello che deve fare chiunque debba affermare la propria pienezza d’individuo, la propria dignità, la coscienza di esistere in quanto persona finita e autonoma. È un lavoro durissimo e lungo, in cui si vive continuamente la vertigine della perdita, la consapevolezza di quello che lasciamo alle nostre spalle, del prezzo che dovremo pagare per conquistarci il nostro diritto ad amare, vivere, pensare ed esistere. Ma è un lavoro entusiasmante, perché risponde a un istinto in qualche modo insopprimibile, come sa chiunque abbia dovuto trovare il coraggio di dire al mondo, al proprio mondo, di essere diverso da quello che gli altri vedevano, o da come si aspettavano.

L’arguzia, l’intelligenza, la bonomia e il sense of humour di cui sono piene questa pagine non riescono a nascondere né il tormento e il dolore che stanno dentro a ogni nascita e a ogni rinascita, né il disorientamento e lo sconforto della crisalide che deve farsi farfalla. Io che l’ho visto quel giorno, però, so che ne è valsa completamente la pena. Fidatevi, c’è un lieto fine.

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