Sognando il vendolismo

By Redazione

aprile 15, 2011 politica

Nichi, il compagno Vendola, quel catto-comunista lì. Storia e storie di un quasi vecchio comunista rinchiusosi nella scatola del vendolismo, nuova categoria verbale e forse anche politica della gestione del proprio io. Perché il “fenomeno” Vendola è diventato un “caso” e una preoccupazione nello stesso tempo nelle terre della sinistra. Terre disabitate certamente nell’ultima legislatura: il Pdci di Diliberto si è fuso con Rifondazione (“federato”, direbbero da quelle parti). Neanche Rifondazione al momento della federazione viaggiava proprio a gonfie vele: il risultato è stata un’accozzaglia di anime diverse senza una leadership credibile o forte e soprattutto in cui la base potesse riconoscersi.

Era finito il tempo di Bertinotti, che era riuscito, soprattutto nel quinquennio 1996-2001, a catalizzare l’attenzione di una vasta area della sinistra non moderata, dagli ex Pci ai no-global. Ed è proprio ripartendo da quella stagione (in cui il Prc toccò il picco dell’8%) che Vendola vuole ricostruire quel progetto di sinistra multiforme e multianime, ambientalista e femminista, attenta ai diritti dei lavoratori ma pronta a dialogare – e qui avviene il salto di qualità rispetto al Prc – con le forze dell’imprenditoria locale ed anche, prius vendoliano, col mondo della fede.

Nichi Vendola è un fervente cattolico e non lo ha mai nascosto e cerca tuttora di far convivere la sua fede cattolica con quella che era la fede comunista. Lo scontro tra le due chiese del secolo scorso dovrebbe quindi trovare, nel leader di Sel, quella sintesi che non riuscì né a Moro né a Berlinguer. Progetto ambizioso per il governatore della Puglia. Progetto ambizioso e difficile, che però in Puglia (non senza qualche macchia, quasi “berlusconiana” per alcuni eventi) ha funzionato anzitutto a livello elettorale: sembrava in effetti impensabile, sei anni fa, che il candidato del partito di minoranza relativa, per di più gay e con un passato di militante comunista radicale, potesse vincere le primarie del centrosinistra, battendo il candidato proveniente dall’area di maggioranza di quell’alleanza elettorale chiamata “Unione”. Eppure proprio da lì ha cominciato ad affermarsi quell’idea della “narrazione” vendoliana, un processo a metà tra il politico, il filosofico e il teologico: un racconto che non è solo elettorale, l’idea di qualcosa che intrecci il panta rei sociale con quello politico, una sorta di sovrastruttura che, applicata dentro ciò che accade, possa essere vista come guida. Un Vangelo della polis, intesa nel senso più largo del termine, in cui lo scranno più alto del potere e un treno in ritardo fanno parte dello stesso problema.

Un problema che necessita di essere governato in modo molto diretto e con un certo decisionismo: Vendola parla da chierichetto o da ateniese a seconda dei momenti, ma poi si comporta con un piglio che neanche la migliore Thatcher: collegialità sì, ma fino a un certo punto e soprattutto visibilità mediatica solo al capo. Perché Nichi Vendola in questo sta superando tutti i leader della sinistra storica italiana. Forse solo Togliatti, in passato, ha avuto una visibilità mediatica così incontrastata dentro al partito. Neanche Berlinguer poteva agire così indisturbato.

Ma parliamo di strutture diverse: chi, tra gli analisti politici, definirebbe Sinistra e Libertà come un partito politico strutturato? E’ piuttosto un insieme di grosse personalità e tecnici di esperienza (anche a livello governativo) che sanno come inserirsi nel gioco politico. Non casualmente sono quasi tutte figure che però hanno sempre ricoperto la figura dei “numeri 2” nei loro partiti, o al massimo dei capicorrente di minoranza. Hanno giurato fedeltà al leader mediatico più efficace della sinistra degli ultimi 5 anni. Il contrario di Bersani: leadership forte e incontrastata, niente giochi di corrente (Vendola stesso è un ex “correntista” di minoranza del Prc) e apparizioni in televisione molto frequenti. E lì che Nichi si gioca la sua reputazione e soprattutto cerca di lanciare il suo messaggio, fatto di sogni, di speranze, di “lavoriamo insieme per un’Italia migliore”, a volte di apparizioni, come se ci fosse una Madonna pronta a comparire mentre si discute di lavoro precario e di salario garantito.

Ultimamente lo stesso governatore pugliese è sembrato intrappolato in quello che diceva Marshall McLuhan: l’importante è chi manda il messaggio ancor più del contenuto stesso. E così Vendola ha perso un po’ per strada l’afflato da ex comunista attento ai problemi sociali e del lavoro, per rifugiarsi in questo mondo fatto di slanci e di sogni, ancor più che dell’immaginario berlusconiano, ormai fatto solo di giudici parziali, di donne a libro paga, di Fini oppositori e di sinistra mangiabambini. Perché, in fondo, a sognare, che male c’è?

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