Tanto rumore per nulla

By Redazione

aprile 13, 2011 politica

Le “Disposizioni in materia di giustizia, danno erariale, prescrizione e durata del processo” approvate ieri alla Camera dei deputati durante una giornata campale ad altissima densità di polemiche prevedono l’accorciamento dei tempi di prescrizione dei processi a carico degli incensurati. Chiunque non abbia condanne sulla propria fedina penale, si vedrà prescritta la pena, in assenza di sentenza, dopo sei anni e mezzo. Oggi, invece, il pubblico ministero ha un anno in più per poter far valere le proprie ragioni. Tale “sconto” sulla prescrizione varrà solo per i processi che prevedono pene massime inferiori ai dieci anni. Tutti i reati più gravi, dunque, rimangono al di fuori del testo licenziato ieri da Montecitorio. E nonostante la maggioranza abbia annunciato tappe forzate anche a Palazzo Madama, il Senato deve ancora esprimersi prima che la prescrizione breve diventi legge.

Il durissimo scontro andato in scena ieri sotto lo scranno presieduto da Fini (silurato anche dai simpatizzanti del Pd, con un livido Giachetti che lo etichettava come “Il peggior Presidente della Camera della storia”), più che entrare nel merito, ha avuto una natura squisitamente politica. Da un lato una maggioranza che riesce a fare quadrato solo quando si tratta di salvare l’impunità del proprio leader. Dall’altra un’opposizione livida, la cui risposta si articola faticosamente tra slogan e tazebao a favor di fotografo.

Chiariti i contenuti di cui sopra, risulta evidente la drammatizzazione proposta dai rappresentanti del Pd e dell’Idv, che raccontano di una legge che consentirà l’impunità a fior fior di criminali e di imperdonabili truffatori, quali quelli delle case di cartone all’Aquila o del disastro ferroviario di Viareggio. Operazione condotta per sfibrare la maggioranza di governo e parare il fianco alle critiche del popolo viola e dagli agguerriti gruppetti organizzati su web e social network.

Una recita che tocca punti alti e ficcanti nella felice sintesi del futurista Della Vedova: “Siete garantisti con i potenti e giustizialisti con i poveracci”. Ma anche scivoloni tranquillamente evitabili, come quando Rosy Bindi, presiedendo l’aula in momentanea assenza di Fini, si permetteva di zittire nel merito Fabrizio Cicchitto, reo di aver citato Moro nel suo intervento e di essere stato membro della P2. Due cose, a dire del vicepresidente dell’aula, incompatibili fra di loro.

E se l’inefficacia dell’opposizione si è dispiegata con forza a partire dalle prime ore del mattino, quando il voto che doveva decidere se procedere a scrutinio segreto ha visto sì dei franchi tiratori (sei), ma tra le fila dell’opposizione – e gli occhi si sono subito rivolti verso Urso e Ronchi e la loro pattuglia, come confermerebbero anche i malumori raccolti da Notapolitica – anche la maggioranza non è che ne sia uscita poi tanto bene.

Soprattutto a livello simbolico, vedere un intero governo costretto diligentemente a spingere il proprio bottone oltre 120 volte per portare a casa un provvedimento tutt’altro che epocale, non depone di certo a favore dell’immagine dei berlusconiani. Non è tanto il fatto in sé; ben fanno i ministri, che ricoprono anche uno scranno parlamentare, ad occuparsi dei lavori dell’aula. Quanto piuttosto il fatto che mobilitazioni di questo genere avvengano solamente, o quasi, quando c’è da mettere al riparo il leader dall’imputazione di turno. Il vero nodo è tirar fuori in extremis il premier dal processo Mills, che, qualora il Senato licenzi il testo senza modificarlo, andrebbe in prescrizione non più tardi della fine di giugno. Come conferma indirettamente anche il ministro Alfano: “Il provvedimento interesserà solo lo 0,2% dei processi penali in corso”. Militarizzare il Parlamento, sparare a palle incatenate sui media contro le opposizioni, disinnescare gli ostruzionismi, per una norma che modifica poco o nulla nelle lungaggini della giustizia italiana?

Meglio avrebbero fatto i grandi strateghi del Pdl, a mettere sin da subito le carte in tavola, evitando gli stantii argomenti di un provvedimento imposto dall’Europa (la calendarizzazione del quale, ironia della sorte, ha fatto slittare la discussione sulla legge comunitaria, quella che, ogni anno, recepisce, adeguando l’ordinamento nazionale, le direttive comunitarie). Una sana battaglia garantista, insomma: “Il lodo Alfano serviva a questo: separare nettamente il condizionamento della magistratura nell’operato delle più alte cariche dello Stato. Ce lo hanno bocciato. Ora siamo costretti a fare una battaglia di codicilli per disinnescare ad hoc quel che il lodo avrebbe risolto alla radice”.

Così ora magari Cicchitto e Verdini gongolerebbero anche per un certo capitale politico accumulato, per il successo di una visione politica delle cose, discutibile e attaccabile, ma pur sempre una visione. E non solo per aver salvato per l’ennesima volta le chiappe più chiacchierate d’Italia.

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