Il Salgari perduto

By Redazione

aprile 13, 2011 Cultura

Quel giorno Torino non assomigliava a Mompracem. Neppure un poco. Il signore che saliva in collina, verso il bosco di Villa Rey, aveva 49 anni, alle spalle un’ottantina di avventure, mai vissute, ma tutte scritte e raccontate. Era stanco, deluso, sconfitto, sempre innamorato di sua moglie, Ida, conosciuta quando ancora recitava, bella e teatrale, ora pazza, senza speranza, senza rimedio. Saliva, lasciando dietro di sé i suoi quattro figli, a cui aveva regalato nomi esotici, che sanno di romanzo, d’avventure e un po’ anche di spaghetti: Romero, Nadir, Omar, Fatima. Prima di andare via, aveva scritto e spedito una lettera ai suoi editori, amara, cruda, cattiva: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria, od anche di più, chiedo solo che in compenso dei guadagni che vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Era un addio. Prese il coltello e si squarciò ventre e gola. Al tramonto una lavandaia troverà il suo cadavere. Era il 25 aprile 1911. E lui si chiamava Emilio Salgari. La penna di Salgari è ancora spezzata. La letteratura italiana non gli ha regalato eredi. Non c’è un autore di romanzi d’avventure capace di creare mondi, di raccontarli, creando un orizzonte esotico che entra nelle case, si fa quotidiano.

E’ passato un secolo dalla morte. La casa editrice Minimum Fax  è andata alla ricerca per due anni di tutte le tracce lasciate nelle cantine e nei robivecchi d’Italia. Il risultato è un documentario che sembra un romanzo salgariano, solo che il protagonista è lui, lo scrittore, il giornalista, questo strano personaggio che navigava nella provincia veronese alla ricerca dello straordinario e dell’immaginifico. Sono le sue cronache sull’Arena, come quando a Verona arrivò un eroe con i baffi e la pistola, il colonnello Cody, conosciuto come Buffalo Bill: “I cow-boys sono uomini intrepidi, reclutati per lo più fra i disoccupati o piuttosto fra gli spostati che formicolano in tutte le città del nuovo mondo, avendo spesso qualche conto da regolare colla giustizia americana e che incapaci di assoggettarsi al lavoro delle miniere vanno a offrire i loro servigi ai ranchmen”.

Non solo avventura. C’è anche il Salgari politico, forse un po’ qualunquista, che non ama i colonialisti se sono francesi e inglesi, ma rivendica un “posto al sole” per l’Italia. E se la prende, firmandosi Ammiragliador, con il ministro degli esteri Mancini, “l’amico di tutte le nazioni”. Un modo elegante per definirlo un pusillanime, un taccheggiatore, un politico senza spina dorsale. “Onorevole Mancini, quando la finirà? Quando è che il nostro governo, schiaffeggiato e calpestato, alzerà le voci e le mani per reagire? Siamo dunque noi italiani degenerati al punto da beverci in pace gl’insulti più sanguinosi e farci deridere da tutte le civili nazioni”. Era quasi una richiesta di dichiarazione di guerra a Francia e Inghilterra. Chissà contro qui avrebbe urlato oggi l’Ammiragliador.

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