Il Fatto e la satira fisiognomica

By Redazione

aprile 13, 2011 politica

Il termine “psiconano” è ormai entrato nel vocabolario di tutti i fruitori della carta stampata e di un qualsivoglia social network. Il nano psicotico, quello che ha bisogno delle scarpe con la soletta per alzare di qualche centimetro la sua misera statura, è ovviamente Berlusconi.

Non è il solo che paga il dazio di una mamma natura a dire il vero poco generosa. Nella squadra di governo c’è anche il ministro alto “un metro e ho(t)tanta voglia di crescere”, Brunetta. E potremmo andare avanti a lungo, su come la fisiognomica sia facile junk food per il mondo della satira politica nostrana. E non da oggi.

In “Qualcuno era comunista” Luca Telese ricostruisce, con una penna che ha spesso la tentazione di attingere all’agiografico, la vicenda del rampante Michele Serra, tra i principali animatori di quel “Cuore”, supplemento all’Unità, che tanti mal di pancia fece venire ad una nomenclatura incarnata a quei tempi da volti ascetici alla Ingrao.

Che se leggi Telese e hai una minima nozione del condensato di storia berlinguerian-togliattiana, provi al massimo una malinconica tenerezza nel modo in cui Serra e compagni tentavano di sbarazzarsi di anni di storia gravati da tonnellate di grano e acciaio con un’irriverente scrollata di spalle, e ancor più per come tale atto fosse da essi considerato alla stregua di un romantico e irriducibile gesto rivoluzionario.

Il tempo di guardarsi un po’ in giro, di far raccogliere le macerie di un muro caduto, di fare quattro passi (e intascare quattro soldi) in campo nemico, ed ecco che ti ritrovi Telese ruggire (satiricamente, s’intende) dalle colonne dell’editoriale del “Misfatto”, supplemento domenicale del Fatto quotidiano che fa il verso, in salsa travagli esca, e ripercorre le gesta del Cuore comunista.

Tante belle battute, facili applausi di scena da parte dei lettori di riferimento, pure una bella chicca di Francesco Pannofino, doppiatore di successo, autore satirico non per caso, dopo essersi guadagnato i galloni sul campo di Boris, il brillante telefilm che ora è anche un film.
Insomma, un pamphlet tino con cui accompagnare il gelato postprandiale della domenica per i lettori della ditta Padellaro, e che sarebbe stato placidamente ignorato dal resto del mondo.

Se non fosse stato per una brutta caduta di stile. Lì, proprio a pagina due, una finta pubblicità che punta il dito contro il presenzialismo televisivo del direttore del Tempo, Mario Sechi: “Cerchi un ospite? Chiama anche tu Mario Sechi. Per talk show, cresime, matrimoni, battesimi, inaugurazioni e sagre”. Niente di che, si dirà. Tutto vero. Ma la chiosa ci fa ricredere: “Perché anche l’occhio vuole la sua parte”, a corredo di una corona di foto che ben mettono in risalto lo strabismo del giornalista di Oristano.

Un colpo basso, perché si aggrappa non ad un’idea, un comportamento, un vizietto dell’uomo, ma ad un suo difetto fisico, ad una sua imperfezione, un suo essere fuori dal pacifico consesso dei normodotati. Uno sdognamento dei modi più retrivi di denigrazione dell’avversario, in bella vista sotto la firma di quel Telese che ha condiviso per lunghi anni, al Giornale, la scrivania con il collega di tante battaglie.

Ed è in momenti come questi che viene da pensare che il problema dei comici di centrodestra sia quello che il migliore, se non l’unico, dei suoi animali da palco di cabaret sia proprio il solo che dovrebbe starsi zitto, ricoprendo la veste di Presidente del Consiglio dei Ministri. Altro che “signor Stalin”, altrimenti…

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