I quattro dell’Ave Maria

By Redazione

aprile 12, 2011 politica

Se è vero che l’unità dei cattolici l’ha spazzata via il crollo del muro di Berlino, per sfasciare l’unità dei democristiani di sinistra, i cattocomunisti, c’è voluto il Partito democratico. Prima del Pd, s’erano tutti ritrovati nel neonato Partito popolare di Martinazzoli e, dopo la scissione buttiglioniana, s’erano attestati costantemente sotto il 10% dei consensi. Con la Margherita e la segreteria Rutelli eterodiretta da Marini erano cominciati i primi problemi, ben presto appunto esplosi con la nascita del Pd.

Oggi tra i democratici si contano quattro signorie ex Dc di sinistra: la lettiana, la bindiana, la franceschiniana, la fioroniana. Le prima tre sostengono la segreteria Bersani; l’ultima le si oppone. Differenze di cultura politica tra le quattro correnti popolari? Nessuna. Certo, Letta è un po’ più riformista degli altri, ma negli ultimi tempi anche Fioroni, spalleggiando la Cisl di Bonanni, s’è mostrato più disponibile a certe innovazioni nel campo, ad esempio, del lavoro. Ma differenze vere, nessuna. L’unica ragione per cui sono divisi è inscritta nelle ambizioni che i quattro capicorrente alternativamente accampano. Dopo tutto, lo stesso si potrebbe dire per gli ex Pci-Pds-Ds: che differenza ci sarà mai tra fassiniani e bersaniani?

Ma restiamo ai popolari. Rosy Bindi è la protagonista del momento con la sua vocazione aventiniana da opporre alla dittatura berlusconiana. Non ci voleva Nichi Vendola, come accadde qualche settimana fa, per designarla candidata leader del centrosinistra: la Bindi è schiettamente convinta che nessuno come lei sarebbe adatta a rimettere insieme l’Unione versione Prodi 2006 e a riconquistare Palazzo Chigi. Per farne cosa, non è lecito sapere. Però lei ne è convinta. Enrico Letta cerca di barcamenarsi come può per provare a tenere un profilo più riformista, come la discendenza andreattiana gli prescrive. Ma se l’impegno resta onesto, i risultati tardano a vedersi. Anche perché sulle battaglie che contano (vedi le recenti nomine per l’Autorità dell’Energia), il profilo riformista latita non poco. Franceschini è il più bizzarro di tutti. Nessuno ricorda più che un anno fa era stato lo sfidante di Bersani al congresso del Pd: oggi è il suo più fedele alleato interno. Un anno fa recitava la parte del Pd veltroniano a vocazione maggioritaria; oggi è il più risoluto sostenitore della linea opposta, quella della Santa alleanza. Zelig ha da imparare. Fioroni è l’unico rimasto all’opposizione interna: novità assoluta per un dirigente politico che i partiti in cui aveva militato li aveva sempre guidati in prima persona. Avrebbe potuto farlo anche stavolta, ma ha preferito starsene da parte privilegiando il rapporto con Veltroni.

I quattro dell’Ave Maria recitano il loro spaghetti-western come attori consumati, stando alla lettera al copione prefissato e senza mai uno slancio creativo. In fondo la balbuzie dei post comunisti è fortemente accresciuta dalla fatica che la cultura cattolico-democratica fa nel provare a correggerne i difetti di pronuncia. Bindi, Letta, Franceschini e Fioroni non sono così certo più responsabili degli eredi del Pci che, avendo fondato la terza propaggine del vecchio partito, Pds-Ds-Pd, mostrano ormai di non sapere cosa farsene. I quattro sono uniti soltanto da un’antipatia sincera e tutta politica per Casini. Non vogliono che un’alleanza del Pd con l’Udc privi loro del ruolo dei centristi catalizzatori di voto moderato, per relegarli nella riserva della sinistra. Un po’ poco, in termini di strategia politica. Anche perché tutti i sondaggi segnalano che l’appeal del Pd sul voto moderato è pressoché nullo. Responsabilità che gli ex Ds non vedono l’ora di affibbiare loro.

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