Il banchiere anarchico

By Redazione

aprile 11, 2011 Cultura

E’ una di quelle conversazioni in cui si tira tardi, seduti a un tavolo del ristorante, la cena già consumata sul tavolo e, quando ancora si poteva fumare, un sigaro acceso. L’uomo con gli occhiali tondi e i baffetti, con questo sguardo da ragioniere, si chiama Fernando Pessoa, lavora come traduttore di lettere commerciali per la ditta Moitinho de Almeida, concessionaria portoghese della Coca Cola. Sono i primi anni del Novecento, più o meno intorno al 1905, e Pessoa stravede per la radio, i futuristi e la rèclame. Toccherà a lui inventarsi un paio di slogan per quella bibita scura con tante bollicine. Del suo interlocutore si sa molto meno. E’ un banchiere, un grande commerciante e come sussurrano i suoi nemici “un monopolista”. E’ questa la scena con cui si apre il Banchiere anarchico, il racconto breve che svela l’anima politica di Pessoa, conservatore e libertario, capitalista e anarchico. Guanda lo ripubblica ora dopo una decina d’anni.

Il banchiere è uno strano tipo, da giovane è stato un anarchico mistico, uno di quelli che sogna la rivoluzione e non ha paura delle bombe. Pessoa chiede: “Ha rinnegato le sue idee di gioventù”. La risposta del banchiere è un lungo ragionamento, dove passo dopo passo spiega al suo amico come l’unico mondo per essere veramente anarchico è diventare ricco. Non ci sono altri mezzi per sfuggire all’onnipotenza dello Stato e delle convenzioni sociali. L’unica rivoluzione possibile è la riscossa individuale.

“Il vero male, l’unico male, sono le convenzioni e le finzioni sociali, che si sovrappongono alle realtà naturali – tutto, dalla famiglia al denaro, dalla religione allo stato. Si nasce uomo o donna – voglio dire, si nasce per essere, da adulti, uomo o donna; non si nasce, a buon diritto naturale, né per essere marito, né per essere ricco o povero, come non si nasce per essere cattolico o protestante, o portoghese o inglese”.

Il banchiere racconta, lentamente, che l’univa via per ribellarsi a tutto questo è spezzare le proprie catene. Gli anarchici mistici lavorando insieme, influenzandosi gli uni con gli altri creano fra di loro una nuova tirannia. E qui Pessoa interviene: “E tu? Con i tuoi monopoli?”. “No, amico mio; io ho creato solo libertà. Ho liberato una persona. Ho liberato me. Il mio metodo, che è, come le ho provato, l’unico veramente anarchico, non mi ha permesso di liberarne di più. Quelli che ho potuto liberare, li ho liberati”.

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