Dimissioni di Fini, il Foglio e il Pd

By Redazione

febbraio 21, 2011 politica

«Pubblichiamo un appello scritto da sei senatori del Partito democratico (di area popolare) per le dimissioni di Gianfranco Fini da presidente della Camera». Pagina 4 del Foglio di ieri, incastonato tra un quadratissimo pezzo di Carlo De Benedetti sulle politiche economiche del governo e una riflessione sulla posizione di Bonanni in merito alla patrimoniale.

I sei firmatari dell’appello sono, in ordine di pubblicazione: Lucio D’Ubaldo, Antonio Rusconi, Maria Pia Garavaglia, Daniele Bosone, Emanuela Baio, Anna Rita Fioroni. Un ordine non casuale, sembra, dato che sarebbe stato il senatore D’Ubaldo a voler sfruttare un particolare canale messo a disposizione da un membro della redazione del quotidiano. E considerando che la Sardoni viaggia da battitrice libera, esterna alla redazione, che la Palombelli ha in casa uno dei principali sostenitori, almeno in questo momento, del presidente della Camera, i sospetti cadono sul notista politico Salvatore Merlo, ma soprattutto sul coordinatore della redazione Claudio Cerasa, attentissimo alle cose di casa democratica.

La lettera invitava Fini a «non trincerarsi nella difesa di un ruolo che confligge con la natura e la logica della sua concomitante leadership di partito». Le dimissioni, secondo i sei, avrebbero restituito al leader di Fli «il diritto di parlare in nome degli interessi generali del paese, senza doppiezza di argomentazioni e di comportamento». Argomento vuoi opinabile, vuoi condivisibile. Peccato che sembra che non fosse il senso del discorso per come lo avevano inteso gli estensori. Una mano, per esigenze di spazio o di semplificazione giornalistica, avrebbe ritoccato la lettera in modo tale da rendere la lettura non aderente alla versione originale del testo.

Ma soprattutto il titolo avrebbe provocato non pochi mal di pancia. La lettera infatti invitava ad un passo indietro anche Berlusconi, sottolineando parimenti come un Fini con le mani libere avrebbe aiutato più efficacemente l’opposizione. E invece, quattro colonne con a tema la richiesta di dimissioni del solo inquilino di Montecitorio.

La faccenda sembra essere finita con una girandola di telefonate dai toni coloriti, e di porte metaforicamente sbattute in faccia. «Dei giornalisti non ci si può mai fidare»

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